Il vero lìder

ovvero quando è il momento di cambiare

Eric "Le Roi" Cantona

«Devi fidarti dei tuoi compagni, in ogni caso. Altrimenti: tutto è perduto» così ieri mi diceva il mio amico Eric. Eravamo al bar dove ci si ritrova. Eravamo io, lui e Diego. Diego ed Eric sono più grandi di me ma siamo molto amici, ognuno ha la sua vita ma ogni tanto ci piace ritrovarci al Bar dello Sport del nostro quartiere, il Quartieraccio, e chiacchierare. Solitamente le nostre discussioni pian piano diventano il centro dell’attenzione del Bar dello Sport, nessuno di noi tre è un persona facile e capita che si alzino i toni.

Come vi dicevo i miei due amici sono più grandi di me: Diego è un neo 50enne, mentre Eric è più giovane di 6 anni. Tutti e due sono personaggi famosi in tutto il Quartiere, due teste calde, di sicuro, ma due teste diverse. Diego è solito partire in quarta, solo o con altri a lui non importa ogni tanto scatta e va e a volte è riuscito, solo, a sconfiggere un nemico che sembrava più forte, come quella volta che se la è presa con 11 fascisti inglesi e li ha messi tutti a terra; Eric invece è più lìder e meno stella solitaria, trascina molto di più tutti con se facendo sentire tutti parte di un qualcosa. Di una squadra. Come quella volta che erano venuti in un po’ dall’Altroquartiere. Erano una decina, come Eric e i suoi amici. Tutti si aspettavano che Eric partisse, invece lui rimaneva fermo e lontano facendo avvicinare quei poveretti che arrivati al punto giusto si sono visti piovere addosso i soci di Eric che stavano nascosti e, sorpresi, se la sono data a gambe. Nel gioco del calcio erano la stessa cosa: Diego era in grado di scartare tutti e segnare, a Eric piaceva segnare e far segnare. Me li ricordo bene, sul campo erano in grado di far volare la nostra squadra come mai, peccato non abbiano giocato insieme.

Così ieri eravamo al bar, una domenica pomeriggio da passare tranquilli al suono sordo e ovattato delle partite, tra gente che impreca e il fumo, i bicchieri di bianco che si alzano e si abbassano, che ti fa tornare a casa stanco, di quella stanchezza strana che da il dolcefarniente, ma rilassato. Ad un tratto mentre eravamo silenti tutti e tre gli ho chiesto quale fosse il momento più bello della loro carriera calcistica e mentre Diego si è inerpicato a raccontare di gol e azioni da lui compiute, Eric ha risposto semplicemente:

«Un passaggio» e quando io gli ho chiesto spiegazioni lui mi ha detto quella frase con cui ho cominciato questa storia. E lì ho capito una cosa importante: non è più il tempo di avventurose e romantiche figure, che compiono gesti altissimi ma che solo loro possono compiere; è il momento di lavorare di squadra, tocc ‘nsema, vincere perché vince la squadra non il suo delegato più importante. E poco mi importa se Eric non ha il tatuaggio del Che, come invece Diego, o non si è quasi autodistrutto, come Diego, o non è mai stato a Cuba. Poco mi importa che Eric non abbia mai speso una parola di apprezzamento su simboli atavici della snostra storia, lui è fatto così non ama le categorizzazioni (sono per chi non ha fantasia dice). Ma Eric è più forte di Diego, se non lo è stato sul campo lo è ora.

Lavorare di squadra è ciò che differenzia l’avventurismo dalla ribellione, come avrebbe detto Renato un vecchio amico di mio padre. In fondo se divisi siamo canaglia, uniti siamo tutto. Ecco perché, a mio avviso, il lider di cui abbiamo bisogno non indica la via, la percorre.

Le Roi! Le Roi! Oh, Cantona!

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