Giorni

Ovvero thinking Calvino., no talking Calvino, no… non lo so l’inglese

Quella mattina Blutarsky avrebbe potuto aspettare a letto un po’ di più e per questo era uscito di casa in ritardo. In fretta e furia, dopo aver ingollato un caffè che ancora gli ustionava l’esofago e mentre ancora finiva di allacciarsi la camicia. Dopo un breve viaggio in macchina, sarebbe salito sul metrò. Mentre camminava fino alla fermata gli sembrava che i suoi penieri fossero legati alla terra, all’asfalto. Che uscitigli dagli occhi, li costringessero, data la pesantezza, a guardare verso il basso. E così finivano per cadere tra i regal escrementi canini, tra i mozziconi di sigaretta, tra le lattine e le foglie secche. Tra una prima pagina di un free press e un volantino in una lingua straniera. Tra uno scontrino e un pacchetto di sigarette vuoto, all’altezza dei tubi di scappaemento delle auto, mentre quelli dei SUV e dei camios, come diceva suo nonno, erano all’altezza della sua bocca. Tra le scarpe col tacco di signore e stivali fashion di ragazze che chissà se andavano al ballo delle debuttanti o a studiare e lavorare. Tra i pantaloni perfettamente stirati e i quelli invece da pankabestia, tra quelli a la page di chi era appena sceso dalla bicicletta e quelli caterinfrangenti di un vigile o di uno spazzino. I suoi pensieri cadevano tra tutte queste cose e così Blutarsky di colpo si rese conto che lui stava pensando tutte queste cose, che non erano i suoi pensieri a voler andare verso l’asfalto ma l’asfalto che voleva i suoi pensieri. Allora, giunto in alcuni Giardini Pubblici, fece uno sforzo immane e alzò lo sguardo e cominciò a cercare, nel freddo dell’inverno che ancora tagliava le guance, qualche segnale della primavera. Nessuno. Poi si accorse di alcuni uccelli, quali chissà!, e del cielo comunque azzurro e cominciò a camminare guardando gli alberi e le statue degli uomini illustri di Trebisonda, che non si filava più nessuno, e quella per la libertà e per la massonera, e per lo studio, e di colpo i suoi pensieri cominciarono a muoversi liberi, alcuni verso il cielo, altri verso la terra, altri davanti a lui quando ad un tratto volle conservarne alcuni e chiuse gli occhi.

Un uomo camminava frettoloso, cinque minuti per essere all’appuntamento all’Agenzia delle Entrate, guardava fisso davanti a se e camminava. Quando un imbecille sbucò da un lato e lo travolse. Facendogli cadere le carte che teneva in una cartelletta sotto braccio, per tenere le mani in tasca perchè faceva freddo.

-Ma…! MA…!- disse l’uomo con l’appuntamento- Ma come cazzo stai?! Ma tienili aperti gli occhi!-

-Mi scusi- disse l’uomo che noi sappiamo essere Blutarsky -Non…non…non l’ho vista…-

-Certo avevi gli occhi chiusi!- intanto i due uomini stavano raccogliendo le carte di quello con l’appuntamento.

-Davvero scusi. Mi volavano via i pensieri.- disse Blutarsky

L’uomo con l’appuntamento si fermò e guardò Blutarsky, è pazzo pensò. Però non lo sembrava dall’aspetto e si sa che l’aspetto conta, l’abito FA il monaco. Era così, no?

Poi scosse le spalle e raccolse gli ultimi fogli. Blutarsky gli consegnò l’ultimo rialzandosi.

-Senti, stai attendo la prossima volta- disse bonario l’uomo con l’appuntamento.

-E tu guarda il cielo ogni tanto.- rispose Blutarsky

L’uomo con l’appuntamento arrivò sotto il palazzo dell’Agenzia delle Entrate e si fermò un attimo. Era in ritardo di cinque minuti. Si disse che cinque minuti o dieci non avevano differenza, si sedette su una panchina e si fumò con calma una sigaretta. Pensò a ciò che doveva fare e non gli sembrò così difficle come prima. Entrò nel palazzo e ne uscì ancora con il sorriso che nemmeno lo sportellista antipatico e svogliato era riuscito a togliergli.

Blutarsky invece. Non chiuse più gli occhi, ma pensò a quello che voleva, rimanendo sempre ancora alla realtà, sorrideva e camminava, trovando in pellicce da migliaia di denari e in lavoratori che pulivano quelle vetrine qualcosa per cui sorridere.

La felicità non è qualcosa da raggiungere, ma qualcosa da vivere.

Tratto da Se una mattina d’inverno, un immigrato di Polonio Capellone, ed Strambalà, 2010, pg 160.

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