(Non)Affittansi

 

Ovvero non faccio agli altri ciò che è stato fatto a me

-Ma si! Dai! Non è la stessa cosa! Tu è come se fossi italiano!-

Mi apostrofa così un amico di un mio amico. Non voglio fare il nome diciamo solo che si chiama Matteo S. Io è come se fossi italiano anche se non lo sono, mentre quei poveracci che arrivano con i barconi sono solo immigrati, non esseri umani. Su cui per ora non si può sparare. In quel per ora mi ci perdo, sento echi lontani di grida e non solo Raus! Raus! sono grida in tutte le lingue del mondo, di disperazione, rabbia cieca, odio, violenza. Morte. Sento risuonare i gladi dell’esercito romano in tutta Italia, poi in Europa, poi in Asia e Africa; sento le grida di uomini e donne dei Balcani uccisi dal cristianissimo ferro dei crociati; sento il dolore di Giordano Bruno e delle streghe; sento al mio fianco il pianto di un bambino indios, prima che il benedetto fuoco spagnolo lo zittisca, mentre non zittisce, non prima di aver finito i suoi porci comodi, quello di una ragazzina Sioux; e poi sento sulla pelle scorrere il sangue dei libici, di oggi e di allora, degli eritrei.

-Oh! Franek ci sei?- chiede il mio amico.

-Eh? Si, si! Quindi solo per ora non si spara?- chiedo a Matteo S., mentre ignoro il mio amico che se ha amici del genere mi fa dubitare della nostra amicizia, aspetto che Matteo S dica ancora qualcosa.

-Adesso… dai è una provocazione! Anche se… no dai scherzo!- dice Matteo S. – Comunque non è che spossiamo ospitare tutti, e poi rubano, puzzano mangiano robe dagli odori impressionanti. Anzi io se avessi una casa mica gliel’affitterei!-

Non gliel’affitterei, non gliel’affitterei. Quando siamo arrivati a Trebisonda era un’altra epoca. Ma ricordo bene i primi momenti. Per prima cosa ci chiedevano se eravamo albanesi. Poi ci squadravano. I primi momenti li abbiamo passati in alloggi di fortuna. Fono a che, dopo qualche mese, una signora, Rosina, pugliese di Foggia, ci ha affittato una camera. Appena entrati noi bambini, dopo mesi di sistemazioni alla bell’e meglio, siamo andati a dormire. La signora Rosina ha fatto vedere la casa ai miei. La signora ci avrebbe affittato una delle due stanze da letto, la più grande, mentre lei si sarebbe trasferita in quella più piccola. Non ebbe paura di noi. Io mi addormentai subito, di colpo, e dormii per molto tempo. Quando mi svegliai non sapevo se fosse mattina, pomeriggio o che altro. Comunque c’era il sole.

Mi diressi verso la sala e sentii qualcuno che piangeva.

-Su, su- diceva la signora Rosina a mio padre- è successo anche a me, ricordo bene che non mi volevano affittare la casa, c’erano i cartelli con scritto non si affitta ai meridionali. Come se uno è cattivo solo perché è nato a Foggia, o Napoli. Adesso tocca a voi. A volte credo che non ci sia via d’uscita, ci sarà sempre qualcuno che non vogliamo, che ci spaventa senza motivo-

Mio padre si asciugò gli occhi, con rabbia, una grande rabbia, impotente frustrazione di voler far del male e non essere liberi nemmeno di fare quello. Mia madre guardava in basso, solo molti anni dopo ho scoperto che a mia madre erano stati chiesti più volte favori sessuali per avere una casa in affitto. Si vede che i soldi degli immigrati fanno schifo ma la fica delle loro donne no. Ma mia madre non ha ceduto.

Io entrai, stropicciandomi gli occhi, guardavo i grandi seduti al tavolo. Mio padre si alzò e venne verso di me. Mi prese in braccio. Mi fissò a lungo, ancora con gli occhi lucidi di pianto. Mi diede un bacio. Mi emozionai, venne da piangere anche a me, ma istintivamente non lo feci e mi tuffai verso il suo collo a cercare di dirgli con un abbraccio tutto quello che provavo per lui, come a consolarlo.

-Eccola qua la via d’uscita, signora Rosina.- disse mio padre – eccola qua. A lui dovremo insegnare che non si giudicano le persone per il colore della pelle, o il paese di nascita, sia questo Foggia, Zakopane, Mombasa o Dehli-

Io mi sentii importante ma non capii perché, allora.

-Oh, Franek! Ma dove stai?- ancora il mio amico che mi chiama. Mi giro verso di lui e verso Matteo S. con quel suo sorrisino da quello che sa com’è la realtà mentre io sarei solo un povero illuso. Mi alzo e mi sistemo la maglietta cercando le parole per congedarmi. Non trovandole ma trovando solo insulti per il discendente di coloro che avevano fatto piangere mio padre e tentato di umiliare mia madre, di coloro che avrebbero lasciato la signora Rosina in mezzo ad una strada, che avrebbero voluto vedere sprofondare la teronia, e l’Africa, che hanno odiato tutti uno per uno, prima i teroni, poi gli albanesi, poi i marocchini, poi i romeni, i nigeriani i senegalesi gli zingari. Avrei voluto dirgli che gli auguravo di essere investito dal SUV di un altro come lui. Ma a cosa servirebbe?, penso. Non voglio, però, andarmene senza aver detto qualcosa. Ma non la trovo. Niente il mio cervello davanti al suo viso stupido e sorridente non riesce a produrre nulla di sensato. Solo insulti e minacce. Inutili.

-Tu lo sai che io sono immigrato, che come me la metà della popolazione di Trebisonda lo è. Perché dici queste cose a me?-

-Ma ancora te l’ho detto tu per me ormai sei dei nostri!- risponde Matteo S. mentre il mio amico mi dice di sedermi e di fermarmi ancora un po’.

-Dei nostri chi?- gli chiedo.

-Dei nostri! di quelli che stanno dalla parte del giusto, che si difendono!-

-Sei un nazista lo sai?-

-Che esagerato!-

-Io non sono dei tuoi. Io sono dei loro, e sono stanco di dover vivere con le vostre paure attaccate ai piedi a frenarmi, addio.-

Mi giro e me ne vado, con ancora addosso la voglia di urlare.

Poi incontro Mamadou, un ragazzo senegalese amico mio, con sua figlia. Mi dice che ha sentito quello che io e il maledetto ci siamo detti. Mi guarda fisso e non dice più nulla. Con lui c’erano altri amici suoi, mi presento. In quel momento per caso, passano Alec e Giulio e insieme a loro Roberta e Marta le loro ragazze. Tutti cominciamo a chiacchierare, a giocare con la bimba e a divertirci.

-Vi offro l’aperitivo- dico ad un tratto, non tutti lo vogliono ma insisto e alla fine li convinco. Voglio a tutti i costi entrare nel bar. Torniamo che i due sono ancora li, in silenzio. Il mio amico fa per alzarsi ma io non lo degno di uno sguardo e mi siedo ad un tavolo con tutta l’allegra brigata. Mamadou guarda Matteo S. che sibila un -Bè che c’hai da guardare?- ma lo ignora, Mamadou è abituato e più forte di me.

Arriva il cameriere e ordiniamo da bere e rimaniamo lì, in tanti a ridere e a divertirci mentre gli altri due se ne stanno lì a rodersi il fegato per quest’accozzaglia di gente, senegalesi, polacchi, finnici, italiani. La rabbia, il nervosismo mi abbandonano. Così quando il mio amico e Matteo S. si avvicinano per salutarmi, li anticipo mi alzo e gli vado incontro. Il mio amico mi guarda sorridente ma arrivati ad incrociarci, io li supero, li lascio lì a guardarmi le spalle, l’unica cosa che voglio mi guardino. Perché loro sono il passato di questo paese, lo stanco passato che ancora si trascina pauroso in un mondo nuovo che già c‘è, già esiste. E anche se non sono Luis, che ne sa di musica, mi viene in mente una canzone che fischietto.

Dedicato a tutti quei ragazzi che attraversano i mari, i deserti dell’odio e dell’indifferenza. Di qualunque tempo, di qualunque paese.

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