Aqua, -ae

Ovvero c’era una volta e non era solo una

Blutus viveva in quel pagus da quando era nato. Un piccolo pagus lontano dall’Urbe, da Roma, dall’Imperatore. Suo padre, Marco Tullio Blutiano, era un allevatore e Blutus fin da piccolo sapeva che quella sarebbe stata la sua vita ma ancora era piccolo. Il padre non lo portava ancora con se ma aiutava la madre nelle faccende di casa. Faceva un poco, quello che poteva. Un giorno la madre era molto indaffarata e aveva ancora diverse faccende da sbrigare, lui l’accompagnava e stava al suo fianco come sempre. A quei tempi ancora non si diceva che fare la casalinga è un mestiere facile. La madre era sempre più indaffarata e affaticata. Cominciò a dargli degli sguardi, ogni tanto, sembrava valutarlo. Blutus un pochino si agitò, cosa voleva la madre?

Ad un tratto la madre, dopo averlo squadrata ancora, gli disse

-Blutus prendi la giara e vai a prendere l’acqua-

Blutus mantenne il viso impassibile solo che spalancò talmente tanto gli occhi che per un istante la madre vide solo quelli sul viso del bambino. Si sentì importante. Alla iniziale sorpresa seguirono due diversi sentimenti: il primo fu orgoglio per la responsabilità affidatagli, andare da solo da qualche parte per fare qualcosa di importante per la famiglia; il secondo fu la confusa sensazione di felicità per aver superato un esame a cui lo aveva posto la madre. Non disse nulla, si girò sui tacchi, come aveva visto fare una volta ai soldati della XII Legione di passaggio per la guerra, e si diresse verso la giara. La prese e si rese conto che non era più grande quanto lui, anche di questo fu orgoglioso, era quasi un uomo allora, il padre presto lo avrebbe portato con se nei pascoli e anche lui sarebbe partito per stare via e poi tornare ed essere accolto proprio come il padre. Tutto questo orgoglio gli diede la forza per arrivare alla fonte senza nemmeno sentire il peso della giara. Mentre camminava gli pareva  che tutti lo guardassero, che tutti salutassero il suo ingresso in una nuova fase della vita. In effetti più d’uno giro la testa e lo seguì con lo sguardo. Un po’ perché il bambino camminava nel centro del decumano e un po’ perché camminando teneva la giara con le braccia tese davanti al corpo con un atteggiamento marziale di una serietà, ai loro occhi, eccessiva. Tutti guardavano quel bambino con quel misto di divertito compiacimento e superiorità con cui si guarda un bambino che compie gesti comuni, come andare a prendere l’acqua, come se fosse un’impresa eccezionale. Alcuni con i loro sorrisi riconoscevano effettivamente quello che il bambino sentiva istintivamente: sapevano che quel momento significava forze fresche per la comunità, che a breve quel bambino sarebbe divenuto ragazzo, avrebbe accompagnato il padre e imparato a usare il gladio, sarebbe stato in grado di sostituire chi quelle forze iniziava a esaurirle. Sapeva anche che questo avrebbe significato conflitti. Anche con i padri delle ragazze del pagus.

Il bambino giunse alla fonte e vi trovò diverse persone. Le guardie di un nobile circondavano la fonte e un suo servo stava riempiendo brocche su brocche. La fonte di quel pagus era alimentata dalle acque del Tevere scorreva poco lontano e giungevano a quella cava di pietra attraverso il terreno argilloso. L’acqua non scorreva sorgiva, si accumulava. Per questo la gente del pagus sapeva di non poterne abusare. Ognuno, senza che nessuno lo avesse stabilito, utilizzava quella che serviva per se e non di più. Quando gli abitanti che erano alla fonte videro quante brocche dovesse riempire il servo, mugugnarono. Non ne sarebbe rimasta per tutti. Però attesero.

Blutus, che riconosceva l’autorità, attese con gli altri. Non guardava nessuno, rimaneva concentrato sul suo compito, come se, se si fosse distratto, rischiasse di non portarlo a termine. L’operazione del servo proseguì e proseguì fino a che non ebbe riempito le brocche. Le riempì tutte e quando ebbe finito il lavoro era esausto. Quando il carro e la sua scorta, d’acqua e di soldati, si allontanarono per qualche secondo fu come se tutto si immobilizzasse. Tutto era congelato, non un respiro, non un movimento. Tutti fissavano la poca acqua rimasta. All’interno dell’apertura nella parete di roccia, anticipata da un prato e da alberi ad anfiteatro, quella pozza era ancor più magica e divina del solito. Perchè non era per tutti. Qualcuno sarebbe rimasto senza. Chi? CHI?! Chi avrebbe ricevuto la benedizione divina pensavano alcuni anticipando le teorie religiose di un monaco che, quasi milleecinquecento anni dopo, tentava di riformare una fede che ancora loro nemmeno conoscevano. La benedizione di Dio è dimostrata dalla buona sorte. Ma la domanda è: come si conquista questa buona sorte?

Davanti alla pozza, mentre i cavalli facevano risuonare gli zoccoli nel sole del tardo pomeriggio, ormai in lontananza, davanti alla caverna dei Satiri, all’interno del boschetto delle Ninfe, dove l’acqua, per volontà del buon dio Tevere, veniva a raccogliersi per dissetare il pagus e per permettergli di vivere, le persone presenti potevano essere divise in due categorie. Occhei di più in base ai motivi di divisione, ma per quanto riguarda l’approvvigionamento dell’acqua le categorie erano due: Blutus e gli altri. Essendo il pagus dove la famiglia di Blutus viveva, un villaggio di allevatori, coltivatori e lavoratori a corvè dei campi della gens Giulia, prevalentemente anzichè altri dovrei dire altre, comunque sia da una parte c’era Blutus che pensava di dover soltanto attendere il proprio turno per riempire la giara, dall’altra le altre che sapevano che si sarebbe dovuto sgomitare per avere un po’ di acqua,sapevano anche che qualcuno sarebbe rimasto senza ma oltre a questo pensiero non volevano pensare.  Avrebbe significato ammettere che si sapeva che il bambino sarebbe rimasto senz’acqua. Infatti passato l’istante di gelo tutti si diressero verso la caverna velocemente e si misero in fila. Blutus non fu altrettanto rapido ma rimase fiducioso in fondo alla fila. E non ebbe acqua.

Fu come se il mondo gli cadde addosso. Non fu un’epifania. Fu un graduale aumento del nervosismo. Quando si rese conto che era l’ultimo della fila. Quando cominciò a intuire che acqua per tutti non ce n’era. Quando lo capì ma non lo volle ammettere. Quando il tizio avanti a lui nella fila se ne andò bestemmiando e lui capì che l’acqua era finita. Si sentì impotente, poi deludente, poi pensò alla madre, ad averne tradito la fiducia, infine pianse. Così fermo sul posto. Compito, quasi. Non tutti si accorsero, infatti del suo pianto. Per gli altri infatti quella era solo una scocciatura. Significava molte complicazioni, ma solo fino all’indomani, per Blutus era una tragedia in tutti i sensi. Una donna si accorse, infine, del bambino che piangeva. Ne ebbe compassione e gli diede parte della propria acqua. Tra i pochi di coloro che erano rimasti senza acqua, alcuni commentarono dicendo che la compassione era un sentimento ingiusto, dava a pochi privilegiati ciò che era diritto di tutti.

-Ti confondi con l’ingordigia- disse la donna – Quella che ti fa pensare che ciò che è diritto di tutti, sia dei più forti.-

-Dividere la tua acqua con quel bambino è compassionevole ma ingiusto nei nostri confronti, avresti tu dovuto dividerla con tutti se ne avevi intenzione, quindi hai dato a quel bimbo una cosa che era diritto di tutti avere.-

-Giusto. Ma è il Domine che si è preso la parte maggiore di tutti, senza quell’ingiustizia, io non avrei dovuto compiere la mia, come sempre, tutti avrebbero avuto il loro.-

La donna guardò con sfida l’uomo. Per un momento fu come se fosse stata detta una blasfermia. Poi l’uomo disse

-Attenta donna, mi stai mancando di rispetto, e anche al Domine-

-Hai ragione- rispose lei- Perdonami- se ne andò e un momento dopo tutti quelli che ancora erano nella radura la seguirono.

Blutus aveva assistito a quella scena dal basso, tenendo la giara stretta al petto, un vero e proprio tesoro. Aveva capito quasi tutto di quello che aveva visto. Aveva riconosciuto l’accusa dell’uomo fin dall’inizio, aveva riconosciuto la sfida che la donna aveva lanciato, capiva i motivi che reggevano entrambi. Una sola cosa non capì, nella ferrea logica di bambino. Come si potesse pensare che la donna aveva torto.

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