Lettera

Ovvero Reggio Emilia-Trebisonda 7 luglio 2011

Caro Ovidio

è tanto che non ci vediamo, purtroppo la nostra lontananza è dovuta a cause e scelte non solo personali. dato che è passato così tanto tempo sento di volerti scrivere.

Io non so come stai adesso, decisamente lo scriverti è un’azione personale e non reale, decisamente non ci sei più da 51 anni e non posso che immaginare di farlo. Però a volte non lo so più. A volte io mi chiedo cosa ci sia di così difficile. Tu ci hai lasciato, dico ci perché, nonostante noi non si abbia esattamente le stesse idee, io è a quelle rivendicazioni a quelle spinte interiori che mi ispiro e dalle quali mi sento mosso, in un momento in cui non ci poteva essere alternativa, o contro o a favore, la complicità è un atto d’accisa. Eppure quel tuo sacrificio ha creato le possibilità di scelte diverse. Eppure in questi anni ci sono state a mio avviso, possibilità, potenzialità, coraggio e idee che oggi non sento più, e questo a volte un po’ mi fa rabbuiare.

Io non so chi tu sia, non fingo di conoscerti, mi piace pensare che tu sorridessi e cercassi non di fare il gradasso, il ribelle, ma che abbia compiuto la scelta di opporti, non solo in quel maledetto luglio 1960, perché quella era la scelta obbligata in quel momento. Dico questo non perché voglia fare il moralista, è che a volte sento parlare e vedo le azioni di quelli che compiono, con tutto il rispetto, scelte e metodologie di lotta violenta, e non li capisco. Non capisco come non possano rendersi conto della differenza tra i fatti di corso Buenos Aires del 2006 e quelli della Val di Susa di qualche giorno fa. Io mi sento comunque vicino a loro, li ho anche, nel mio piccolo, difesi e continuo a farlo, ma cosa è stato ottenuto nel 2006? Arresti , demolizione del movimento, depressione, riflusso. Invece la rivolta dell’altro giorno in Val di Susa mi sembra molto più vicina a quello che tu hai vissuto. Io non c’ero. Purtroppo. Lavoro, un lavoro che ho scelto io per rifuggire la precarietà, ma che mi costringe al lavoro anche domenicale e anche se vorrei essere presente, non sempre posso. Ho sentito i racconti di chi c’era, ho ascoltato con critica le parole di chi ha raccontato dai media, di chi si è espresso pro e contro. La gente che applaudiva non lo mai sentita, per questo mi sembra che la Val di Susa sia diversa anche da Genova del 2001. In questo caso le persone hanno percepito che non vi era altra scelta, altra possibilità, che quella. Quando nessun partito politico, o suo rappresentante, si mette a disposizione di quello che vuole la popolazione del posto, la abbandona, quando anche il maggior partito d’opposizione si adegua, allora cosa rimane? Rimane la ribellione. Come la tua.

Non so esattamente cosa dicessero i giornali all’epoca, posso immaginare l’Unità, con tutto il rispetto per la sua ex direttrice un giornale diverso da oggi, ma chissà cosa ha detto il Corriere della Sera di te, e cosa avrebbe detto un giornale come Repubblica che pur di non farsi superare a sinistra, nonostante ormai sia difficilmente inquadrabile in questo termine non secondo i tuoi parametri ma secondo le idee più avanzate odierne, insulterebbe anche i partigiani direttamente, prova ne sia che sembra che i partigiani siano paragonabili alla Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, compiendo un errore storico che da spazio al neofascismo di molti giovani.

Ecco caro Ovidio, io non sono mai stato uno che ha sulla bocca la violenza, non ho mai detto vado e spacco, ma come si fa? Non so come non si capisca che la mancanza di un’alternativa credibile sia uno dei motivi che non lascia speranza. Non capsico come i partiti che si ritengono alternativa a questo governo, non capiscano che una volta conquistato il governo le prove di questa differenza devono essere forti e reali, altrimenti non ci crediamo. Non capisco perché si confondano i cattolici con Casini, non capisco perché io debba per forza dichiararmi tollerante verso i cattolici, quando sono loro, che negli ultimi 30 anni non sono stati tolleranti con me. Forse tu con i cattolici ci collaboravi, o almeno lo facevano alcuni intorno a te, non con tutti ma con quelli come Don Gallo. Io posso collaborare con molti anche se non hanno le mie stesse idee, ma se trovo assurda l’idea che esista un entità metafisica che è il padrone, ormai solamente, della morale e che la impone nel bene e nel male, non possiamo diventare la stessa identica cosa. E forse, è anche meglio così, così ci saranno spunti critici da affrontare da entrambe le parti e quindi migliorarsi.

A volte non capisco come non si capisca che queste difficoltà non lascino spazio a scelte diverse. Io a volte non capisco quelli che fanno i ribelli. Non capisco questo che a me sembra un po’ il celodurismo di Bossi. Io mi sento davvero vicino a loro, ma non compio le loro scelte. Perché non possiamo collaborare da posizioni diverse. Perché è così difficile parlarsi a volte? Perchè ogni critica è tradimento? Non è forse la critica dei movimenti precedenti che ha permesso a Lenin, come a Che Guevara, come a tutti coloro che comunque hanno permesso all’umanità un balzo in avanti, di trovre i giusti rimedi ai problemi organizzativi e politici del loro tempo?

Perché io dovrei o obbligare un ragazzo a pensarla esattamente come me, oppure io dovrei pensarla esattamente come gli altri? Non capisco. Io credo che le istituzioni siano un mezzo e non un fine. Credo che starci dentro sia importante ma che non possa in alcun modo esaurire la lotta, il tentativo di modifica della realtà che credo necessario. Credo che ne sia un pezzo. Io non capisco perché il segretario cittadino di Rifondazione o il coordinatore provinciale di SEL, possano pensare che un gruppo di ragazzi debba rispondere ai propri ordini, né capisco come un gruppo di ragazzi che occupa un posto possa permettersi di denigrare i militanti di base di un partito solo perché li ritengono meno ribelli. Che poi diciamocela tutta, caro Ovidio, non è che nessuno dei due sia esente da colpe: i ragazzi pensano di essere liberi e non capiscono che, prima dell’ondata di chiusure arrivate negli ultimi anni, gli hanno solo concesso dello spazio; i partiti pensano che siccome sono dei partiti allora sono più importanti e possono dettar legge, imporre scelte a un movimento di cui, se anche ne facessero parte, sicuramente non ne sono i coordinatori. Penso al segretario di Rifondazione Comunista di Milano che mi ha detto una volta

-Franek, se poi quelli vogliono fare qualcosa è di qui che devono passare!-

E penso al tesoriere di SEL che mi dice

-Franek se uno è vicesindaco non è che non possiamo tesserarlo-

Già, nemmeno se il suo precedente partito lo ha espulso per aver creato un circolo falso, con tessere false, e per essere troppo in contiguità con pezzi oscuri di popolazione. Quelli che parlano un dialetto del sud ma che di quella terra sono il disonore.

E allora mi sento preso in mezzo. E mi piacerebbe che tutti un po’ partissimo dal fare un analisi sugli errori che ognuno di noi ha commesso e non su quelli degli altri. Mi piacerebbe che il confronto non vertesse sulle colpe altrui. Un analisi seria prevede che tutte le esperienze fin’ora attuate (partiti, movimento etc…) vegano messe in critica da parte dei militanti stessi, senza paura, nemmeno se questo significhi non il cambio del segretario ma della classe dirigente nel suo complesso, nemmeno se questo imponga una riflessione sulle scelte di opposizione ad un sistema contro il quale né la scelta di cambiamento dall’interno, né quella di scontro frontale, ha prodotto risultati. Forse perché in questa ansia di scontro con il sistema, chi aveva un posto, remunerato o occupato, si è alla fine accontentato di ciò che aveva, per il ruolo che gli concedeva (la personalità di sinistra o il ribelle).

Ecco a cosa penso da quando, questa mattina, mi è tornato alla mente che oggi, sono 51 anni da una ribellione di popolo che ha scacciato, senza dover lottare per 30 anni in parlamento, o 3 anni sulle montagne, i fascisti dal governo.

Anche se sei morto e quindi non potrai sentirlo né leggerlo, grazie. Grazie di tutto

Franek Blutarsky detto Bluto

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