(con) correnza

Ovvero quando ero piccolo

-Vedi Carlo- disse Adamo mentre si infilava le scarpette -Le gare tra noi della stessa squadra ci faranno andare più veloce perché mettendoci, come dire, in concorrenza tra noi, avremo poi più sprint nei confronti degli avversari-

-Ma, guarda Adamo- rispose Carlo allacciandosi le scarpe e alzandosi dalla panca dello spogliatoio saltellando colpendosi il sedere con i talloni – Invece dovremmo confrontarci, studiarci a vicenda, per evidenziare i nostri limiti e spingerci a superarli, invece come dici tu cercheremmo di fregarci, di superarci magari con dei miseri trucchi-

Da subito in quella discussione mi schierai con Carlo, un ragazzone di dimensioni teutoniche, con la barba rossa che tanto faceva impazzire il mister, è poco rispettosa, gli diceva, se non te la tagli ti darà fastidio in gara, gli ripeteva, ma Carlo al massimo la teneva un po’ curata. Adamo invece era un allampanato albionico ragazzo più grande anche di Carlo, pizzettino rossastro, capello corto ben tenuto e capitano della squadra.

Ma non disse niente per due motivi: 1) quando uno ha 12 anni a volte si vergogna davanti ai “grandi”; 2) andare ad allenarsi in pieno gennaio sulla pista era una delle cose degli allenamenti di atletica che non sopportavo. In compenso però che non volevo perdermi le grandi diatribe verbali tra Carlo e Adamo, al punto che i miei genitori erano convinti che fossi innamorato dell’atletica visto non mi perdevo un allenamento.

Carlo e Adamo erano in piedi, il resto della squadra stava finendo di prepararsi, loro continuavano a discutere. Adamo aprì la porta e io mi precipitai fuori, attirando lo sguardo sorpreso di Carlo e benevolo di Adamo. Appena uscito però il vento gelido mi fermò il respiro in gola. Mi si condensò al punto che lo sputai letteralmente fuori. Allora cominciai a saltellare su me stesso e poi piantai uno scatto. Cercavo di scaldarmi. Quando mi girai vidi Carlo e Adamo che, continuando a parlare, mi indicavano. Mi sentii avvampare ma decisi di far finta di nulla e tornai indietro corricchiando. Ma loro non sembravano aver parlato di me. Così io, un po’ deluso mi concentrai sull’allenamento.

Feci tutti gli esercizi di riscaldamento, poi quelli di potenziamento e non sentii più il freddo. Cercavo però di mantenermi in movimento perché ogni volta che mi fermavo sentivo il sudore sulle guance che si congelava e ogni volta che ripartivo l’aria diventava un coltello sulle guance. Pian piano però finii per togliermi felpa e pantaloni per rimanere in pantaloncini e canottiera. Mi impegnavo negli scatti, nei saltelli e quando, dopo aver fatto più veloce di tutti i gradoni dello stadio avanti e indietro, il mister disse che avevamo quasi finito io di colpo mi sentii così stanco, ma così stanco, che avrei voluto addormentarmi lì su due piedi. Però il mister ci mise a coppie di due per l’ultimo esercizio: uno scatto uno contro uno, i più lenti avrebbero rimesso a posto gli attrezzi prima di rientrare.

-Allora- disse il mister scegliendo le coppie – vediamo un po’, Marco con Ale, Luca con Giancarlo, Franek con…-

-Mister lo metta con me- disse Adamo che era quattro/cinque anni più grande di me, il capitano, e il più veloce della squadra.

Il mister lo guardò. Poi però acconsentì, e io mi chiesi perché Adamo volesse proprio farmi rimanere lì a raccogliere gli attrezzi.

Ci mettemmo in posizione e quando fu il nostro turno lanciai uno sguardo ad Adamo che però non mi degnò di risposta e si mise in posizione. Quando il mister ci diede il via Adamo scattò come se fosse indiavolato gli guardai i talloni alzarsi e abbassarsi con velocità mercuriale, divina. Vedevo praticamente solo le sue suole, sempre più distanti, sempre più distanti, sempre più. Mi diede 10 secondi su 100 metri. Io non mi spiegavo il perchè di tutto quell’accanimento. Ma quando raggiunsi il traguardo Adamo disse

-Certo che se corri così devi impegnarti ancora di più! Mister ma visto quanti secondi ha preso Franek non dovrebbe risistemare tutto da solo?-

Il mister fu un po’ dubbioso poi disse

-Adamo, hai ragione, gli altri sono stati molto più veloci ed è giusto che Franek rimanga qui da solo-

Non capivo, mi ero impegnato, mi ero sbattuto, avevo corso più degli altri per tutto l’allenamento e poi venivo punito così. Ma perché cazz… ops non si dicono le parolacce…vabbè insomma perchè?

Mi tocco recuperare tutti gli ostacoli, tutti i birilli le pedane, tutto. Vedevo i miei compagni andare a casa, mentre io stavo lì a faticare. Non capivo il perché di tanta punizione, non potevano almeno aiutarmi?

Finii e entrando negli spogliatoi incrociai Adamo, che mi mise una mano sulla spalla.

-Ne devi ancora mangiare di fave, però…-

Se pensava che quel però potesse motivarmi aveva sbagliato di grosso, ma non ebbi il coraggio di esprimerlo apertamente. Così entrai nello spogliatoio e scagliai la felpa e i pantaloni della tuta con tutta la forza che avevo in corpo verso la mia borsa. In quel momento però Carlo uscì dalla doccia. Lo presi in pieno

-Ma che schifo!- disse

-Io…- dissi impietrito – io… scusa- mi bastava di essere odiato da Adamo. Mi zittii e raccolsi gli indumenti, poi mi sedetti sulla panca.

Mi spogliai in silenzio, e quando ero orami pronto per entrar in doccia e Carlo pronto per uscire, mi disse

-Non guardare mai il tuo avversario, concentrati su te stesso-

Io rimasi lì, fisso e fesso, lui non aggiunse altro e se ne uscì.

Due giorni dopo c’era di nuovo allenamento. Io entrai per ultimo nello spogliatoio, Carlo e Adamo erano già fuori, gli altri compagni stavano finendo di vestirsi. Io mi cambiai in fretta e uscii dietro di loro. Anche questa volta faceva freddo e cercai di scaldarmi ma senza dare tanto nell’occhio come l’allenamento precedente. Il risultato fu lo stesso, a fine esercizi il mister ci accoppiò e io finii ancora con Adamo, ma perché?

Questa volta però non lo degnai di uno sguardo mentre stavamo si blocchi, e correndo guardai solo davanti a me. Ottenni un distacco di soli 5 secondi. Adamo mi sbeffeggiò e quando rientrai nello spogliatoio, questa volta non da solo però, mi prese per un braccio e mi disse

-Ti manca il fiato ma non lo spirito- e uscì.

Rimasi ancora per ultimo, ero distrutto, i miei compagni non mi aspettarono dentro lo spogliatoio e cominciarono ad uscire. Io mi feci la doccia e quando uscii dalla doccia trovai Carlo. Braccia conserte appoggiato alla porta.

-Vedo che ascolti. E allora senti qua: sta più piegato, abbassati di più in partenza e risali più fluido-

mi diede un buffetto e poi uscì.

Per i due mesi successivi le cose continuarono così, io mangiavo centesimi di secondo ogni allenamento ad Adamo, lui mi sfidava sempre più e Carlo mi dava suggerimenti. Io però non sopportavo questo stato di cose, non capivo Adamo e il suo accanimento. Ormai ero convinto mi odiasse perché ero piccolo, non capivo il mister che non interveniva, non capivo i miei compagni di squadra che mi lasciavano solo in quel momento in cui avrei avuto bisogno di loro. L’unico che sopportavo era Carlo, che almeno a fine allenamento mi dava qualche consiglio.

Arrivò aprile, non faceva più freddo. Io una sera mi sentivo scoppiare di energia. Ma tanto. Adamo invece sembrava stanco, ha gli esami disse qualcuno. Quella sera cominciai a provocarlo senza dare nell’occhio. Mostravo come riuscivo meglio in alcuni esercizi, come altri fossero più veloci. Arrivò la fine dell’allenamento e le sfide.

Io ripassai mentalmente i consigli di Carlo, sopratutto l’ultimo quando sei alla fine della gara, lanciati come se volessi cadere sulla pista.

L’allenatore diede il via. Io scattai come un matto e corsi forte, mi alzai gradualmente, mi mossi nella corsia per mantenere la scia, abbassai un secondo il ritmo per poi riscattare e alla fine quasi caddi davvero. Quando mi rialzai mi resi conto che tutti mi fissavano. Adamo era impietrito, lo avevo superato, lo avevo battuto! Io mi girai e non so come gli dissi

-Adamo! ma…ma …hai perso la marmellata?-

-Come?- mi rispose lui

-Puppa!- dissi io, lui mi guardò come se fossi un pazzo

-Ma come mi permetti!?-

-Tu mi odi!- gli risposi -E ora che ti ho battuto devi solo stare zitto!- tutta la rabbia accumulata in quei mesi per il trattamento che il capitano mi riservava venne fuori come un bullone lanciato contro i celerini negli anni ’70.

-Ma io non ti odio!- rispose lui -No! Davvero! L’ho fatto perchè tu potessi ottenere questo!-

-Se non fosse stato per Carlo…- mi si stava rompendo, tra le lacrime, la voce – se lui non mi avesse aiutato…io..io… me ne sarei andato!-

Tutti rimasero zitti, io sfogavo la frustrazione, ero furioso, la vittoria mi aveva dato voglia di vendetta per come ero stato trattato. Volevo vederlo schiantare ma Carlo intervenne

-Franek, basta! Adamo voleva aiutarti, voleva spingerti, non farti del male-

-Ma tu mi hai aiutato! Non lui!-

-Non è vero, tu sei stato vittima di una nostra scommessa. Lui diceva che solo spronandoti avresti dato il meglio, io che solo aiutandoti. La concorrenza non serve se non è regolamentata, qusto è quello che abbiamo scoperto. La concorrenza, dimostra questo esperimento, è utile solo se ci si ascolta e sostiene, altrimenti è una dichiarazione di guerra-

Io rimasi a bocca aperta. Io ero stato solo un esperimento? Mi aveva aiutato, solo per questo, e quell’altro si era fatto odiare solo perchè volevano dimostrarsi di avere ragione? Oddìo.

Mi voltai ed entrai nello spogliatoio. Non misi più piede su una pista da corsa. Adamo morì dieci anni dopo, in una rissa, aveva sfidato un collega di lavoro, a dare di più, ma quello si era messo in proprio e lo aveva ridotto sul lastrico. Carlo vinse qualche gara, poi si mise a fare l’allenatore.

concorrenza

La concorrenza, era stato questo l’oggetto dell’esperimento di cui ero stato cavia. La concorrenza non esiste, esiste solo un tentativo di eliminarsi a vicenda.

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