Vaiolens

Ovvero riflessioni da dentro il freezer, a freddo

Cari telespettatori tutti, questa sera vi tocca di sentire un’intervista che il nostro, con dispiacere, Blutarsky si è inventato per sperare di rimanere ancora un po’ qui a Tele Trebisonda. Io non ci ho capito molto ha detto che ci sarebbe stato un filosofo ma mi chiedo: chi è filosofo oggi? Cacciari? Ma non sono morti tutti con l’antica Grecia i filosofi? E anche i politici in realtà. Quindi ecco a voi un dialogo di fantasia tra due persone che non esistono. A lei la linea Blutarsky.

Grazie a lei per la linea, dallo studio uno di Tele Trebisonda questa sera abbiamo una intervista con un filosofo di grande rilievo del sindacalismo della fine dell’800 Georges Sorel

Signor Sorel, lei è ricordato perché avrebbe teorizzato l’uso della violenza. Quindi la violenza è giusta?

-La violenza è giusta nell’ottica in cui è il mezzo necessario per ottenere un risultato, si deve quindi giudicare prima il risultato.

Dunque se il risultato della violenza fosse che so il cambio di un regime, il suo abbattimento, allora la violenza sarebbe giusta?

Mangiare è giusto? Apparentemente si direbbe di si, è giusto perchè ci tiene in vita. Ma può portarci anche a brutte malattie e addirittura alla morte.

Ha visto gli scontri di sabato a Roma e quelli di oggi ad Atene? Pensa dunque che quella fosse una violenza giusta?

Lei continua a volermi far dire che io ritengo la violenza giusta, ma questo io non l’ho mai detto. Io ritengo la violenza un mezzo. Null’altro. Quindi alla sua domanda posso solo rispondere così: non capisco quale sia l’obbiettivo degli scontri a Roma, cosa volessero ottenere, tanto meno quelli di Atene. Mi pare siano lo sfogo di un gruppo di persone frustrate, comprensibilmente frustrate, da ciò che vivono.

Signor Sorel, anche per lei chi ha compiuto violenze a Roma sabato 15 è un pazzo criminale?

Se fossero stati pazzi criminale certo non avrebbero lasciato andar via i carabinieri che uscivano dal furgone così, anzi a quel punto li avevano tra le mani. No, io, come ho detto, non comprendo a cosa servissero quegli scontri, non capisco dove volevano andare a parare, non capisco cosa abbiano pensato di fare quei ragazzi. Se avessero, per puro caso viste le dotazioni delle polizie moderne, sconfitto i poliziotti non avrebbero avuto nulla da applicare. Per assurdo, se avessero conquistato il potere, non avrebbero saputo che farsene, e in questi casi di solito vince un regime dittatoriale di stampo fascista o stalinista. Comunque niente di buono.

Signor Sorel non sta un po’ ciurlando nel manico?

No è lei che è manicheo, la invidio è sicuramente più facile.

 

Signor Sorel pensa che lo Stato faccia bene a reagire?

Guardi io sono morto nel 1922, io non credo che questo stato sia altro che espressione del capitalismo e che quindi vada abbattuto per sostituire una società giusta ed equa, ma sono stato definito anche filosofo e quindi mi piace prendere posizione sulle cose e mi limito a dire che se si vuole fermare la violenza di questo tipo bisognerebbe intevernire alla radice.

Cosa intende, non vorrei fraintendere.

Intendo che, per quanto io non capisca quale fosse l’obbiettivo finale, ci sarà stato un motivo per cui questi ragazzi hanno bruciato e tirato pietre. E su questo motivo uno Stato che voglia veramente risolvere il problema, ma in questo caso dal mio punto di vista negherebbe se stesso, dovrebbe intervenire. Si può mettere così: se questo non fosse uno stato capitalista, e quindi oppressore, interverrebbe sulle cause del disagio e non sui suoi sintomi.

Signor Sorel, non crede che vadano tutelati cittadini che non vogliono compiere violenze?

Si riferisce ai cittadini che non partecipano ai cortei?

Anche

Per quelli che partecipano ai cortei l’unica cosa che posso dire è che è assolutamente necessario che ci sia una regia dell’uso della violenza, senza la quale l’atto diventa fine a se stesso e giudicabile solo nel suo essere atto e quindi in base a quello che causa e non al suo obbiettivo finale.

Il fine giustifica i mezzi?

Non mi metta in bocca parole che non ho detto. Io dico che per raggiungere l’obbiettivo del cambiamento dello status quo sociale la violenza sarà necessaria, non che va bene qualunque mezzo purchè si ottenga il cambiamento sociale, sarà necessaria se il cambiamento sociale verrà ostacolato violentemente, come ad esempio chiedendo ai lavoratori di votare accordi ricattatori ma io non penso che per far finire una guerra sia giusto utilizzare la bomba atomica, o per fermare il terrorismo sia giusto uccidere migliaia e migliaia di civili.

Tuscè, vada avanti.

Per quanto riguarda i cittadini che non partecipano ai cortei, premesso che non ho approvato mai le uccisioni di persone come dire a freddo, penso a Ramelli o alla strage di Acca Larentia per stare ad azioni compiute dalla mia parte, non mi sembra assolutamente che sia questo il clima, quindi non capisco a quale difesa faccia. Per quanto si possano ritenere i sottoproletari responsabili di alcune scelte compiute dal governo, e non da lei ma che lei approva, le scelte sono comunque del governo e quindi se loro sono stati, mi si permetta un termine leninista utilizzato al contrario, degli utili idioti è comunque il governo che, rifiutandosi di risolvere il problema a monte della violenza, impedisce anche ai cittadini pacifici di manifestare.

Cosa intende dire?

Che forse è giunto il momento d compiere delle rilfessioni serie sulla democrazia, su come è stata attuata in questi anni, almeno da dopo la sconfitta del fascismo e del nazismo ad oggi.

Ritiene quindi che la democrazia non sia un sistema ideale?

Al contrario è un sistema ideale e quindi nella sua messa in pratica vi sono delle differenze. Si prenda il sistema che si dice avrebbe dato i natali alla democrazia moderna, quella ateniese. Per votare nell’assemblea era necessario essere un ateniese puro, con entrambi i genitori ateniesi, se riproposto oggi credo verrebbe tacciato, giustamente, di essere un sistema xenofobo. Democrazia è un termine abusato, la società occidentale si è definita democratica, ma le società comuniste si definivano autenticamente o realmente democratiche. Rifletterci non sarebbe una perdita di tempo. Libertà e democrazia non sono sinonimi, basti pensare alla Coera Corea del Nord o del Sud, basti pensare ai regimi fantoccio di cui il mondo è disseminato. Come disse Hobsbawm oggi non c’è un regime che non si definisca democratico.

E Lei signor Sorel cosa ne pensa degli scontri di oggi ad Atene?

Se il popolo è in grado di esprimere una tale rabbia e una tale forza ma non di assaltare realmente il potere è per due motivi: 1) non c’è una struttura in grado di farlo; 2) manca questa struttura perchè nessuno sa cosa fare una volta giunto, indipendentemente dal come al governo.

Si parla spesso di alternanza democratica ma sono molti ormai i cittadini che ritengono uguali le due parti in causa, pensa che un cambio politico possa essere una risposta?

Io non vivo in questo tempo, non so se sia la risposta giusta per questo tempo, forse si. Io so soltanto che fare dei sacrifici non è quello che intendevo io, io credo, o meglio credevo, che l’unico modo per ottenere la giustizia sociale sia una rivolta organizzata, diretta, una rivoluzione armata, uno sciopero generale rivoluzionario per l’esattezza e credo che il proletariato debba mantenere questa possibilità, almeno come minaccia, perchè in caso contrario perdere la sua forza di trattativa. A volte mi faccio una domanda, come sono stati conquistati lo statuto dei lavoratori e tanti altri diritti fino agli anni ’70? La risposta che mi do è questa, perchè da una parte vi erano delle strutture in grado di catalizzare la lotta anche se violenta talvolta, gli scioperi diretti dal sindacato per tutti gli anni ’50 e ’60 del ‘novecento e poi dopo la comparsa di nuovi attori, il PCI che certo in quegli stessi anni non andava per il sottile, e dall’altra una ricchezza da parte del capitale tale da concedere queste diritti, in parte perchè il movimento di delocalizzazione era già iniziato in parte perchè i miglioramenti dei costumi di vita sono stati fatti confluire, senza che nesuno vi si opponesse, nel consumismo.

Ritiene quindi ancora valido la minaccia della violenza a fini politici?

Come le ho detto io non sono di questo tempo e quindi non posso risponderle. Forse no. Un certo tipo di strada è stata percorsa, forse la via è un’altra visto che i risultati si può dire non siano stati duraturi. Forse dovremmo riflettere meglio sulle implicazioni emotive dell’uso della violenza, su tutti gli strati della popolazione. In un ceto senso dovremmo riflettere sulle reazioni emotive interne alla nostra classe, sul fatto che abbia prodotto divisioni nette in alcune situazioni e unità in altre. Ad esempio la Resistenza al fascismo è stata violenta ma ha prodotto risultati, gli anni 70 vedono un proliferare di azioni violente in tutto il mondo che hanno prodotto invece il risultato di allontanare il raggiungimento di una società migliore. Mi sembra un dato di fatto.

Quindi è ora di abbandonarla.

Ma altre esprienze ci devono mettere sull’attenti. Prendiamo l’esperienza di Salvador Allende in Cile che trovo esemplificativa. Ha raggiunto il potere in maniera democratica vincendo le elezioni, poi però ha dovuto subire una ritorsione violenta. Mi chiedo e se avesse chiesto aiuto a quel popolo che lo aveva eletto? La Resistenza era un esercito di popolo e ha vinto. Certo in determinate condizioni e con una guerra già in atto, però non so se gli Stati Uniti sarebbero intervenuti direttamente, quindi chissà cosa sarebbe potuto succedere.

Quindi lei dice che talvolta è giusta la violenza.

Io non dico che la violenza sia giusta, come non si può dire che sia sbagliata. Dico che è palese che il capitalismo è una società violenta, la storia lo dimostra chiaramente, che quando si andrà realmente a toccare la legge del profitto e a regolamentare il mercato in maniera equa, come ci insegna Karl Marx, ci potrebbe essere una reazione violenta a cui dovremo reagire.

Mi sembra troppo facile dire che hanno ragione tutti.

Mi scusi l’arroganza ma talvolta penso non abbia ragione nessuno. Ovvero entrambi pensano che le proprie posizioni sono corrette da subito e per sempre, quando, semplicemente non è così.

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