Lettera a San Precario

Ovvero continuano le mie personali Riflession sur la violons

Io scriverò se vuoi perché cerco un mondo diverso
con stelle al neon e un poco d’universo
mi sento un eroe a tempo perso
io scriverò se vuoi perché non ho incontrato mai

veri mattatori e veri ombrellai
ma gente capace di chiederti solo come stai

R. Gaetano, Io scriverò

In questi giorni a mio avviso si sta aprendo una possibilità. E finalmente! Non che sia un bel periodo per questo, anzi forse si sta aprendo questa possibilità proprio perché siamo in un periodo che è un po’ come questo paese secondo il premier.

Mi riferisco al fatto che sento l’Italia pervasa da un’elettricità che da tempo non sentivo, sicuramente non ‘era quando, qualche anno fa, si protestava contro la riforma Berlinguer che oggi, su Il Manifesto, viene definita come un apripista dell’attuale riforma Tremonti-Gelmini. Ma questo non per dire: io c’ero. Bensì per dire che tra tutti questi giovani che sono annoiati, stanchi, più interessati al calcio che al paese, vuoti di contenuti e privi di interessi (per altro qualcuno li ha mai riempiti?) c’era qualcuno, eravamo in pochi e molto giovani ma questo non significa che avessimo torto a priori, e anche questo mi sembra un lascito del riflusso (avevamo torto perché eravamo giovani = i giovani hanno torto perché sono giovani e non capiscono). Questo per dire che al nostro interno c’è la possibilità di cambiare le cose, che questa elettricità non è comparsa dal nulla ma è resistita a tutti quelli, dai compagni ai camerati, cercavano di spegnerla.

Cosa significa questo? Che devo scrivere a San Precario, e a lui per parlar con la maggior parte di coloro che si stano ribellando in varie forme al questo stato di cose.

Caro San.

ormai siamo grandi. Cresciuto è il movimento e cresciuto è chi ne sta facendo parte da tempo. Per questo credo che sia necessario fare un discorso che mi sembra, ma magari sbaglio correggimi, venga preso troppo semplicemente o troppo superficialmente. La questione è: il potere.

Allora il potere è male, almeno così sembra leggendo i vari blog e forum o i vari comunicati delle varie realtà. Noi siamo anti potere, sempre leggendo, e lo dobbiamo osteggiare. Io credo che questa risposta sia ormai limitata. Mi spiego: se il potere fa schifo, con cosa lo sostituiamo?

Ma questo apre un altro discorso, che si lega a filo doppio con il corteo e gli scontri del 15 ottobre. Cosa vogliamo fare? Vogliamo conquistare il potere o limitarci a rimanere un pungolo per il potere? Non è una domanda oziosa. Mi interrogo sul termine indignati, siamo indignati e incazzati e va bene. Siamo indignati perché il sistema politico non ci ascolta e ci affama, e perché il sistema partitico che per noi non ha avuto differenze, ve ne è tra la legge Treu e la legge Biaggi? Ma se tutti fanno schifo, chi ascolterà le nostre proposte?

Non è oziosa come domanda perché si parte spesso dal presupposto che , come già detto, non vi sia differenza tra maggioranza e opposizione e quindi non ci sia possibilità di essere rappresentati all’interno del sistema parlamentare.

Io non voglio certo discutere qui queste posizioni, anzi, però mi faccio una domanda, che poi è quella che faccio anche a te: allora come facciamo? E credo che il collegamento con gli scontri di Roma sia abbastanza chiaro.

Come facciamo a portare le modifiche politiche necessarie a migliorare la nostra vita? Se non possiamo fidarci di nessuno, come facciamo?

Secondo me la domanda corollario è: violenza o non violenza? Sulla violenza ho questa posizione, ma la questione è un po’ più ampia. Mi spiego: 1) ci si costituisce partito, si gioca all’interno del sistema elettorale e si viene eletti (la strada che scelse sia il PSI che il PCI, in due momenti diversi, in Italia); 2) si conquista il potere in maniera violenta.

(anhe in questo secondo caso gli scontri di Roma sono sostanzialmente inutili e infatti io mi riferisco più alle reazioni che hanno scatenato e non tanto agli scontri in se)

Se la scelta fosse  la prima allora si avranno altre due possibilità: creare, non fondare che le fondazioni le lascio a Scilipoti, un partito o entrare in uno. Non vedo alternative, stare fuori dal sistema e pretendere che un sistema, che è corrotto per definizione, ci ascolti e faccia ciò che riteniamo giusto è un po’ in contraddizione con quanto diamo per scontato e assodato. E pure un po’ da frigne dai, dovete ascoltarci perchè noi siamo i bravi, mio nonno, il buon Lech Blutarsky, mi ha sempre detto

– Anche se hai ragione ma stai sull’argine del fiume a piagnucolare che il cadavaere del tuo nemico non passa, sei un ciula-

Quindi a mio avviso stare li a lamentarsi e non fare nulla e pretendere che qualcuno ci ascolti è un po’ infantile e controproducente, perché loro non ci ascolteranno e prima o poi le tende le dovremo levare dalle piazze, non importa quanto lungo sia quel poi.

Non credo, come ho sentito dire: se staremo in migliaia in una piazza allora i politici dovranno starci a sentire. Primo perché non mi è ben chiaro cosa si intenda per politici, secondo perché quella che viene definita la casta avrà gioco facile a fare orecchie da mercante e lasciarci fino a che non ne avremo più in una piazza.

Mi sembra troppo facile dire: ma non smetteremo mai. Una bugia, nobile e alta, ma non è vero che non smetteremo mai. Prima o poi, fossero anche anni, dovremo smettere, perché a un certo punto tutti avremo qualcosa da perdere, alla peggio la salute. Quindi dire che non ci arrenderemo mai significa, secondo me, pensare allo scontro violento.

Questa è l’unica vera e coerente conclusione, a mio avviso, la strada che parte dal presupposto che fanno tutti schifo e che non c’è possibilità di stare in parlamento porta direttamente a quella conclusione. A me pare abbastanza chiaro: se nessuno ci vuole ascoltare perché sono tutti corrotti, ma noi abbiamo bisogno di quelle riforme, non potendo ottenerle, dobbiamo imporle. Mi sembra la logica a parlare e che non sia solo una mia opinione.

Dunque, visto che in tantissimi hanno espresso la disapprovazione di uno scontro violento, a questi, che ritengo molto vicini a me, però voglio chiedere: quindi che si fa? Non ci sono partiti che ci rappresentino, quindi?

Ho provato in alcuni casi a dirlo, ma mi è stato fatto capire che in sostanza non ci si può fidare di nessuno eletto perché appena giunti lì (il parlamento) è sostanzialmente normale cedere alle lusinghe della casta: vade retro a sto penziero! Se questo fosse un pensiero dominante allora non staremmo nemmeno parlando di un movimento dei precari o degli indignati ma solo di un accozzaglia di persone che pensa che persino il proprio vicino sia pronta a incularli, scusa il francesismo, e io sono convinto che quando le ribellioni, pacifiche o no, di popolo nascono con questo spirito sia più vicino l’avvento di un nuovo fascismo, che di un miglioramento sociale.

Ovviamente la domanda da porsi è anche, contenuta dentro l’altra o forse che contiene l’altra: che farne del potere? Non è che risolvere i problemi di una fetta della popolazione, per quanto ampia e impegnata e indignata, sia un programma politico. E se alcune scelte potrebbero discendere dagli incontri fatti in questi anni di lotta, gli operai della Fiom, altre invece presuppongono un ragionamento profondo che ora è giunto il momento di fare. Ad esempio sono contro la guerra, ma visto che significa uscire dalla NATO, cosa facciamo quando subiremo delle ritorsioni? Quali nuovi alleati e partner commerciali? (perché spero che non si pensi di tornare all’autarchia altrimenti altro che deriva di destra) O se preferite come schierarsi nel mondo?La scelta dei non allineati non funzione, non ci sono più due blocchi ma uno solo e chi non sta con in quello, si allinea con i suoi nemici.

Davvero non credo che siano domande oziose se vogliamo dare a questo movimento un respiro più ampio, abbandonare il così detto essere apolitici e tornar a impossessarci della politica, il che significa tornare a impossessarci delle decisioni che incidono sulle nostre vite.

A mio avviso la violenza non ha senso, in questo momento. A mio avviso scegliere questa strada, che però vuol dire anche rifiutare tutti come dicevo sopra, significherebbe un suicidio più che altro perché non abbiamo i mezzi per confrontarci. Non starò a fare qui la morale sulla violenza, dico soltanto che è un mezzo e che quando mi rubano il pane, e quando aggrediscono uno straniero in mezzo alla strada non avrei dubbi sul fatto che essere intervenuto violentemente sarebbe stata una cosa giusta.

Ma opporsi violentemente ai robocop che sono oggi i poliziotti non è facile e, sia in Grecia che in Italia, se dispiegassero le loro forze per rispondere violentemente, e non ci lasciassero sfogare e basta, altro che un morto, ce ne sarebbero centinaia e il potere in passato non ha avuto paura di farli. Quindi fare violenza oggi a mio avviso è solo un modo per riempirsi l’ego.

Ecco perché ritengo che la scelta, non potendo essere solo quella di esprimere dissenso o di stare a guadare, deve essere quella di conquistare ove possibile il potere democraticamente, togliere, strappare quei lacci e lacciuoli che nel 1945 sono stati posti, in entrambi i blocchi, per far si che non si potesse discutere l’impostazione economica del mondo, e in fondo il mondo era diviso tra capitalismo di stato e capitalismo liberista e poi corporativo-finanziario, non è un caso che sia sopravvissuto quello che si è evoluto che è quello con cui abbiamo a che fare oggi. Credo esistano dei “Bug” nel sistema democratico dal punto di vista della borghesia, così ben abituata a comandare senza nessuna opposizione nei vari sistemi, quello sovietico e quello liberista. Ovvero quello che possiamo eleggere i “nostri”. Nei quali avere non solo fiducia e sui quali avere un controllo, per quello serve un ragionamento su una nuova forma di partito. Che non ricalchi le forme utilizzate nel ‘900. Come inciso faccio notare che fu il PCI a creare la forma vincente di partito, ovvero i nostri omologhi del 1930, perché rispondevano proprio alla necessità, la stessa che sentiamo noi oggi, di dare più incisione alla propria attività politica. E conquistare il potere, il fatto che il PCI non ci sia riuscito non significa che falliremmo anche noi.

Non mi voglio dare delle arie ma se nessuno vuole cambiare la situazione non è importante chi sarebbe giusto lo facesse ma che qualcuno lo faccia. Altrimenti che stiamo qui a fare? a piagnucolare che nessuno ci vuole bene. Papà e mamma o sono nelle nostre stesse condizioni o ci vogliono lasciare in un angolo e allora noi dobbiamo irrompere sulla scena. Ma irromperci assumendoci la responsabilità di essere irrotti.

La situazione del paese è tragica perché la sua classe dirigente, quasi nella sua totalità o se preferisci con alcune lodevoli eccezioni, è tragica da un parte c’è chi c’è, e vabene, dall’altra però ci sono politici illuminati sulla via di Damasco dal liberismo e che in quasi trent’anni non è riuscita a conquistare il potere nemmeno qundo era possibile, ovvero hanno sbagliato tutto. In entrambi i casi vanno sostituiti ma con chi? Con noi, con persone uscite dal movimento, altrimenti come si fa a cambiare la situazione.

Mi piacerebbe parlarne, non in due in tanti, tutti i nuovi movimenti, tutti coloro che sono andati a Roma convinti e sono tornati delusi devono porsi questi interrogativi. dobbiamo chiederci cosa possono fare altri per cambiare il nostro stato di cose, ma cambiarlo noi per primi. Oppure Che Fare?

Altrimenti finisce che si sta in piazza giusto per stare in piazza e che poi arriva uno che urla di più e tutti lo seguiamo come un messiah, ma dal ‘900 dovremmo aver imparato che i messiah, siano essi su un croce in una casa bianca o con i baffoni, poi con il potere ci fanno quel che gli pare. Forse in un organismo plurale sta la riposta al leadirismo, forse una certa dose di liderismo è indispensabile. Forse è il caso di ragionarci tenendo presenti le scelte fatte in questo amito dall’EZLN del Chiapas.

Forse è il caso di cominciare a parlarne seriamente, mentre mi sembra che si preferisca sfogarsi, ed è in questo senso che ho condiviso la tua nota verso Iacona e Presa diretta, ma avrei prefirito che ne scaturisse una discussione non un botta e risposta.

D’altronde se non possiamo noi, chi può?

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