Milano Duemilaeventi

Ovvero racconti di ieri

Domenia sono andato in libreria. Ho cercato tra tanti testi, ho camminato tra gli scaffali, dovevo scacciare la brutta sensazione che avevo. Non ero sereno, Berlusconi, Monti, Bersani, Alfano, Bossi, Di Pietro, avevo tanti nomi e tante dichiarazioni che mi stavano dentro la testa ed ero francamente preoccupato. Sarà stato per questo che non ho trovato nulla.

Allora sono uscito e ho cominciato a camminare per Trebisonda, ero in centro, faceva freddo. Ho preso un caffè quando non ce la facevo più, in un bar sciccoso del centro.

-Vuole sedersi?.- mi chiede il cameriere

-No, ho dimenticato a casa la carta di credito- gli ho risposto, quando sono preoccupato sono scontroso.

Poi mentre riprendo a camminare sento una coppia che discute

-Ma che regalo è?- chiede lui

-Ma ho ne ho letto un pezzo, mi sembrava carino, secondo me tuo padre…- risponde lei

-Ma che ne sai tu di cosa piace a mio pare! Un libro, manco edito, e poi chi è sto Francesco Pota? Dai sarà un cretino da self publishing! Dove l’hai preso sto libro?-

-Sul sito ilmiolibro.it-

-Ecco! Dai mollalo qui andiamo a comprare qualcosa che quando mio padre scarterà il regalo non ci crederà a quanto abbiamo speso!- le da un bacio la prende per mano e la porta via abbandonando il libro sulla panchina. Io mi sono avvicinato e l’ho letto, e questo racconto del 2008 mi ha colpito. Ve lo riporto integralmente, tanto mica mi chiederà i diritti sto Francesco Pota, ma chi cazzzè?

Tratto da: Ci sono un agnello, una scimma e un ragazzo

racconto: Milano 2020

scritto nel 2008, da Francesco Pota

 

Milano, Piazza Fontana, dicembre 2020, ore 18.00.

 

“Hai visto?”

“Che cosa?”

“No, non lo schermo. Qui a pagina cinque.”

“Questa sera il Premier sarà on line per presentare il primo volume prodotto dagli Archivi di Storia Nazionale Condivisa. Ti ricordi? Dopo aver raccolto tutto il materiale possibile, ogni foglio, ogni documento per dodici anni, oggi sono pronti per presentare il loro lavoro. Come avevano promesso: da oggi siamo una nazione rivolta al futuro che non litiga più sul proprio passato. Perché la storia è finalmente condivisa, oggettiva.”.

“Hai ragione. Come diceva lo slogan: da oggi siamo nel futuro. Il nostro paese aveva bisogno di una guida. Volgiamo parlare dei governi fino al 2008? Erano ostaggi di minoranze estremiste o di partitini che diventavano l’ago della bilancia. Non si poteva, anche volendolo, far progredire il paese. Oggi invece, con le riforme e il superamento delle ideologie, è possibile ragionare liberamente e democraticamente sulle questioni. È come se fosse un governo di tecnici. In fondo, non pensando ideologicamente, possono fare quel che è necessario fare.”

“Guarda. Guarda, sta per iniziare Porta a Porta. Oggi comincia prima per poter attendere il discorso di Veloni, e dopo la fine ci sarà il dibattito.”

Gli occhi dei due si fissano sullo schermo posto di fronte a loro, gli altri suoi simili sono affissi sopra ogni posto del tram di modo che tutti possano comodamente guardarli. Un uomo e una donna, ben vestiti, probabilmente appena usciti dal loro ufficio e sulla via del ritorno a casa come, quasi, tutti gli altri passeggeri. Uno dei due ha tra le mani un giornale, l’approfondimento settimanale del sito opinionedemocratica.it e lo stava sfogliando leggendo le notizie del giorno: la presentazione, rigorosamente in prima serata, del programma di Storia Nazionale Condivisa, prodotto dagli archivi di Storia Nazionale Condivisa, un’istituzione inaugurata nel 2012 dal Premier Alcide Veloni; e la sconfitta dell’esercito iraniano da parte dell’Alleanza dei Volonterosi, nella quarta battaglia di Teheran.

Gli archivi di Storia Nazionale Condivisa sono stati istituiti dopo la promulgazione del pacchetto sulla sicurezza nazionale nel 2008, nel quale erano presenti diversi “sottopacchetti” tra cui quello della oggettività della storia, necessario, secondo il Premier Veloni,e il Governo, a garantire alle giovani generazioni una trasmissione serena del passato, non inquinata da posizioni politiche. A differenza di quanto accadeva nella vecchia scuola dell’obbligo con professori ideologizzati, il ministero dell’Istruzione Parificata, quello degli Interni e quello della Cultura Democratica hanno deciso di produrre dei cd rom, grazie ai quali  i ragazzi avrebbero potuto comprendere la storia indipendentemente dall’idea di chi la insegna. Per di più non sono nemmeno costretti ad impararla la storia; l’insegnamento non è previsto per tutti i corsi di studi; in fondo se nella vita lo studente farà il broker, o l’operaio, con la cultura non si mangia, e per di più non è che ci sia una gran richiesta di scribacchini venditori di fumo, come li ha definiti il presidente di Confindustria e ministro dell’Economia e della Produttività Chizuo Matsumoto, da parte del mercato delle lavoro, da parte delle aziende.

Io sono un programmatore e dal 2012 lavoro in Piazza Fontana, presso la sede dell’Archivio milanese di Storia Nazionale Condivisa. Tre gruppi hanno seguito i lavori e i loro risultati, questa sera, saranno proposti agli italiani: gli storici che hanno selezionato le fonti; i programmatori che le hanno digitalizzate; e un gruppo di pubblicitari e creativi che le hanno rese comprensibili per tutti, accattivanti e moderne. Nelle ultime due settimane ho lavorato talmente tanto, che in pratica non ho vissuto: ingresso nell’ex sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura alle 6:30 del mattino; uscita alle ore 22:00; un ora di pausa. In mezzo: migliaia di filmati che nemmeno ho guardato; io li ho elaborati, trasformati in un linguaggio comprensibile a una macchina; il mio compito non è quello di guardare i filmati, è quello di rendere il programma funzionante.

A un tratto, distraendomi dai pensieri su me stesso, la donna chiede all’uomo

“Ma è vero che gli accessi ai siti saranno monitorati, così ad esempio sta sera potrebbero controllare chi si è collegato al comizio?”

“Ancora che credi a queste cose? Questo rifiuto della tecnologia e un po’ noioso non trovi? Non lo so, ma anche se fosse: sono solo statistiche.”

È arrivata la mia fermata, mi alzo e mi avvicino alla porta del tram per scendere.

“Gli accessi ad un sito sono controllabili. Già adesso.” dico alla coppia.

Mi fissano di colpo, ma io non ho voglia di parlare, anche perché in fondo è vero: sono solo statistiche. Proseguo e scendo dal tram, insieme con altri impiegati, lavoratori, persone comuni, la testa nel bavero del cappotto alzato.

 

“Ciao Pà.” Dico appena entro in casa.

Silenzio.

Sarà incollato allo schermo a leggere qualcosa. E mi toccherà ancora subirmi la cena/comizio in cui mio padre si lamenta di nuove generazioni prive di valori, che hanno dimenticato cosa significa lottare e sono solo in grado di fare i bulli e spaccare i vetri. Non come ai suoi tempi. Mi piacerebbe dirgli che i suoi tempi sono finiti da quaranta anni, ma non so bene a cosa servirebbe.

“Ciao! Vieni, vieni c’è il comizio, vieni!”

Andiamo a sentire cosa ha da dirci il Premier.

“Cittadini d’Italia. Sono passati otto anni dal momento in cui, superando finalmente ogni divisione puramente ideologica, democratici e nazionalisti hanno deciso di unirsi per risolvere i problemi di tutti. Non di una fazione o dell’altra, come eravamo abituati a fare dal 1945, ma con il pensiero rivolto a tutti i cittadini, nessuno escluso. Il nostro primo dovere in quel tragico momento della nostra storia, era quello di tenere viva e alta, sopra i partiti e le contingenze, la preoccupazione del nostro destino come nazione. Abbiamo preso questa decisione perché il soffio di panico e follia che passava nel paese non lo travolgesse.

È così che è nato il progetto Democrazia Nazionale, che non è un partito come quelli precedenti. Non è un partito. È un progetto che si è creato ascoltando le persone comuni, interrogandole e cogliendo cosa di necessario esse volessero dal governo. Negli anni successivi, il governo, democraticamente eletto dal popolo italiano, ha rispettato tutti gli impegni presi, risolvendo diversi problemi: quello della sicurezza, quello degli immigrati e degli ultras. E tutto questo è stato fatto con serietà e comunione di intenti. Tra pochi giorni ricorrono i due anni dall’entrata in vigore del pacchetto sicurezza che tanti benefici ha portato: come dimostrato dal controllo che lo Stato ha potuto esercitare duranti gli scontri del maggio 2014, durante il caos nelle periferie di Milano e Torino.

La possibilità di organizzare i documenti della storia italiana più recente negli Archivi di Storia Nazionale Condivisa, ha garantito la diffusione di una storia che non potesse essere raccontata da destra o sinistra che ma fosse definitivamente una, per tutti. Dagli stessi Archivi escono oggi, dopo dodici anni di lavoro la versione definitiva della nostra storia che, per la prima volta dall’Unità ad oggi, è oggettiva e comprensibile per tutti gli italiani. Così anche i cd rom prodotti per le scuole superiori d’ogni regione saranno necessari a garantire la sicurezza di una trasmissione non conflittuale della storia alle giovani generazioni.”

 

Ad un tratto dallo schermo sparisce il viso del premier. Al suo posto appare un filmato, nel quale le immagini, in bianco e nero, di un funerale molto partecipato, sfumano sulle immagini della targa che era stata posta sul muro di quella che fino ad alcuni anni fa era una banca, oggi è l’archivio dove lavoro. E anche se non ricordo quello che vi è scritto sopra, ricordo bene tutte le polemiche che i comunisti avevano fatto perché non le togliessero, come prevedeva il pacchetto sicurezza. Ci furono anche degli scontri. Che poi erano passati quasi sessant’anni dalla Resistenza, che bisogno c’era di fare tutto sto casino? Ma non ricordo nemmeno bene: c’entrava qualcosa la Resistenza? Per di più che alcuni storici hanno appurato che erano più banditi che eroi questi partigiani.

 

Mio padre non parlava da diversi minuti oramai, il comizio del Premier era ripreso esattamente dal punto in cui era stato interrotto, da allora mio padre non aveva più aperto bocca. Mi aspettavo il solito coro entusiasta per chi “finalmente faceva qualcosa”, invece nulla. Il comizio è finito ed è proseguito con il dibattito sulle parole del Premier.

“Mangiamo?” propongo

Papà non dice una parola e muove un paio di volte la testa verso l’alto e verso il basso. Mi sposto in cucina e metto su l’acqua per la pasta.

“Pasta col sugo? Sta sera ho un po’ fretta, mi trovo subito dopo cena con gli altri. Forse riusciamo ad andare via per capodanno. Per te è un problema? Hai sentito gli zii?”.

Dal salotto non giunge nessun suono udibile. Torno di là, mio padre è in piedi, ha spento lo schermo e sta venendo verso la cucina.

“Mi hai sentito? Hai parlato con gli zii per capodanno?”

Mio padre tiene il capo chino e cammina verso di me, mi supera e arriva in cucina. Si siede al tavolo, mentre io lo guardo fisso e stupito. Una volta seduto, accende lo schermo in cucina e si sintonizza sui programmi a premi.

“Tu che guardi quelle cose?” gli dico per sfotterlo “Ma da quando? Non servono soltanto a rincoglionire tutti?”

“Qui ci hanno, già, rincoglionito tutti.” dice mio padre e torna a guardare lo schermo.

 

 

Apro la porta del locale ed entro. Rumore di bicchieri e di gente che parla. È strano come in un locale tutto sembri scaldarti in una notte fredda. Mi tolgo la sciarpa e la giacca e li passo alla guardia che li controlla con il metal detector. Poi controlla me. Entro.

Vedo Angelo e Marco ad un tavolo mi avvicino e li saluto, poi vado al bancone, saluto Franco, il barista che mi ha già spillato una birra. Torno al tavolo dove sono seduti i miei due amici.

“Dov’eri? Sono due ore che ti aspettiamo! Allora?” mi chiede Angelo

“Lascia stare. Mio padre ha smesso di parlare. Ora mia zia è con lui, a casa.”
”In che senso: ha smesso di parlare? Ma sta male?”

“No, solo ha smesso di parlare.”

“L’hai portato all’ospedale?”

“Non ha voluto.”

“Quando è successo?”

“Durante il comizio del Premier. A proposito ma avete visto quelle immagini, cos’erano?”

“Non lo so, non ero a casa. Sono stato con Manuela a cena. Cosa è successo, ma a che fare con tuo padre?” insiste Marco

“Sono le immagini dei funerali per le vittime di Piazza Fontana” risponde Angelo. “Ma non ho capito cosa sia successo. Dopo, nessuno ne ha parlato.”

“E’ dopo averle viste che mio padre ha deciso che eravamo tutti rincolglioniti e ha smesso di parlare.”

“Noi?” dice stupito Marco

“Si, noi. Tutti. Lui compreso. Sono le ultime cose che mi ha detto. Per questo voglio tornare a casa presto, voglio capire meglio.”

“Le immagini di piazza fontana, da tanto tempo non le vedevo. Come mai non le ricordavi? Scusa, ma non le hai montate tra i filmati per il programma di Storia Nazionale?”

“Non lo so. Io dovevo solo fare in modo che il programma funzionasse. Sono stati i creativi a selezionare i filmati scelti dagli storici e quello di questa sera non lo ricordavo. D’altronde io non li guardo uno per uno. Dico al programma dove andarli a prendere e basta. Non mi serve guardarli.”

“Credo invece che dovresti farlo. Cosa dice il programma di Storia Condivisa su Piazza Fontana e gli anni di piombo?”

Oddio! Angelo è laureato in Filosofia, quando comincia a parlarne mi annoio terribilmente. Le conosco queste cose! Sono passati diversi anni dalle scuole superiori ma queste cose le ricordo ancora!

Però sono molto a disagio, perché in effetti non lo so, che cosa dica la nuova storia nazionale su quegli anni.

“Quello che racconta la storia, cosa vuoi che dica? I filmati non sono modificabili! La fortuna di usare il computer è che l’oggettività è garantita dal computer stesso!”

“Che cosa racconta la storia?”

Mentre dice queste parole, Angelo mi guarda fisso. Sono sempre più a disagio.

“Lasciamo la lezione di storia ad un altro momento? Cosa è successo con tuo padre? Ti spieghi?!”

Salvato in calcio d’angolo, con questa scusa posso spiegare a Marco cosa sia successo a mio padre e cambiare argomento. Una volta finito, dico agli amici che di capodanno ne avremmo parlato un’altra volta, perché mia zia non poteva rimanere molto a casa con mio padre. Ingollo mezza birra in un sorso, saluto e, dopo aver ritirato dalla guardia giurata il cappotto e la sciarpa, esco.

 

Decido di camminare per tornare a casa, fa freddo e il vento mi taglia le guance. Ho bisogno di pensare. Pensare al lavoro che ho fatto negli ultimi otto anni.

Io, di storia non ne ho mai saputo molto. Troppo poco chiara, ognuno ha la sua posizione. Non come nelle scienze, dove se una cosa è A, nessuno può dire che è B.  Anzi, ognuno AVEVA  la sua posizione, ora non più. Quando ero più piccolo mi interessavo, partecipavo. Ero di sinistra, ero contro la guerra e tutte queste cose. Ma tutti ci dicevano che era tutto inutile, che quella guerra andava fatta, era giusta. Però c’erano le guerre giuste e quelle sbagliate e non erano mai le stesse: la guerra in Kosovo era giusta; quella in Iraq sbagliata. Non capivo perché. Non capivo quale fosse la differenza, o sono tutte giuste o sono tutte sbagliate.

Poi sono cresciuto, con la scelta dell’università mi sono immerso ne mio mondo. Tanto erano tutti uguali; tutti facevano le guerre; tutti alzavano le tasse per alzarsi il loro lauto stipendio di parlamentari; tutti uguali, erano tutti uguali. Solo ora mi rendo conto che io non so come sono andate le cose, che le  ho trascurate per vivere la mia vita. Poi i primi anni del duemila con il caos e il disimpegno che diventa giustificato perché nessuno riusciva a far ripartire il paese. Ricordo che l’ultimo sussulto di interesse l’ho avuto per un comico che mandava tutti a fare in culo.

Poi “avvenne” Democrazia Nazionale. La trasformazione degli altri partiti in residui di un’altra era; finalmente la vittoria alle elezioni e le leggi che hanno fatto ripartire questo paese che era immerso in se stesso, ovvero nella merda. E il passato è diventato ingombrante.

Negli anni dello studio era il futuro ad esserlo, ingombrante. Crescita zero, continui cambi di strategia. Parlare di futuro sembrava una bestemmia: perché avremmo dovuto parlarne dato che molti di noi avevano davanti almeno dieci anni di lavoro precario? Il passato invece era un modo per poterci infuriare, avere un qualcosa con cui prendersela, con cui sfogarsi. Tutti avevano modo di prendersela con il passato per un modo o nell’altro. I cortei che venivano fatti non erano mai all’altezza di quelli passati. Gli stessi nemici non erano come quelli passati: a volte era meglio lottare con questi “che non gli arrivavano nemmeno alle ginocchia” ai vecchi politici; altre si sperava di avere contro uno del calibro di Giuliotti, perché “non faceva così schifo come quelli di adesso”, era un nemico da stimare. Insomma il passato era colorato dalla nostalgia, anche per chi non lo aveva vissuto. La Democrazia Cristiana era al centro dei dibattiti: chi la difendeva, chi la accusava. Ma nessuno voleva lasciarli andare via, almeno sapevano quali erano le dinamiche, se anche fossero stati degli schifosi, erano degli schifosi riconosciuti.

Chi li lodava, li rimpiangeva.

Ma nessuno pensava che il futuro avrebbe potuto essere diverso, diverso da quel presente.

Democrazia Nazionale ha risolto la situazione garantendo studi oggettivi e giungendo finalmente a una condivisione del passato.

E poi che fine ha fatto?

Il passato, intendo. Per otto anni abbiamo atteso che qualcun altro ce ne fornisse uno migliore di quello che avevamo.

Come diceva quell’autore americano? No, forse non era americano, però parlava inglese:

Who control the past, control the

Entro nell’ascensore che ancora penso a come finisce la citazione. Mia zia deve essere già uscita dall’appartamento, così quando entro in casa, non sento alcun rumore.

Invece, non appena apro la porta, ancora prima di accendere la luce, mi trovo una figura scheletrica stagliata sulla porta del soggiorno dalla luce delle luminarie di Natale, luce che proviene da fuori e dentro casa, lasciando sul volto di mio padre delle ombre che ne deformano il viso. Sembra quasi un invasato, o un indovino in trance.

“Matsumoto.”

E io non capisco cosa c’entri il nome del leader di Confindustria.

“Cosa hai detto Pà?” e accendo la luce. Tutta l’anticamera è tappezzata da post it con scritte due sole parole: Chizuo Matsumoto.

Torno a fissare mio padre fermo sulla porta del soggiorno, in un pigiama blu leggero, da permettere di vedere la sagoma del suo corpo in trasparenza. Nell’aria odore di fumo. I capelli scarmigliati completano il quadro di una specie di scienziato pazzo; uno che ha appena scoperto qualcosa che, secondo lui, dovrebbe rivoluzionare il mondo.

“Matsumoto!” ripete a voce un po’ più alta mio padre.

“Ho capito Papà! Cosa c’entra?”

“Matsumoto!” la voce di mio padre sta per passare il sottile limite tra voce alta e l’urlo.

“Papà ho capito. Chizuo Matsumoto, il leader di Confindustria? O il più grande produttore di pelletteria d’Italia? O il ministro dell’Economia? Che cosa….”

“Finiscila! Ho detto Matsumoto! Matsumoto! MATSUMOTO!”

Mio padre è impazzito, penso.

Comincia a dare in escandescenze: stacca e riattacca alla parete i foglietti gialli con scritto il nome. Li stacca, li perde di mano, allora ne prende un altro e lo riattacca al posto del primo. È la prima volta che vedo mio padre in questo stato, non so assolutamente cosa fare. Mi avvicino, e cerco di farmi sentire tra i nomi, sempre lo stesso, che escono a cascata dalla bocca di un uomo vecchio, scavato, con un pigiama che gli cade addosso. Solo adesso mi rendo pienamente conto del cambiamento che ha avuto mio padre: la magrezza; i capelli bianchi; persino il pigiama blu, sono cose che ho già visto, ma nell’insieme sembra che mio padre abbia sentito passare su di se gli anni trascorsi dal millenovecentosettanta ad oggi, di colpo. Lo hanno investito e travolto, lo hanno investito con una violenza che lo ha tramortito. I suoi occhi sono diversi. Sono disperati, terribilmente disperati. È come se, mentre io tracannavo birra, lui avesse subito la sconfitta più cocente della sua vita.

“Papà?” dico l’ultima volta, a voce bassa, spaventato, pensando già a chi chiamare per essere aiutato.

Il vecchio che ho davanti, ferma la sua foga e non urla più; non muove più un muscolo. Lentamente si gira. Mi guarda e fa una cosa che non faceva da quasi venti anni. Mi schiaffeggia. Poi crolla sulla sedia e scoppia in lacrime.

 

Ora mia padre è ha letto. Dorme, grazie al valium. Non è sereno.

Io sono davanti al computer, era già acceso. Connesso ad un sito. Non sono sereno.

Gli accessi ad un sito sono controllabili, già ora.

Le mie parole.

Tra le mani ho un foglietto giallo con scritto un nome, che non è Chizuo Matsumoto. Mio padre me lo ha incollato alla faccia con lo schiaffo. Al momento sentivo talmente tanto bruciore che nemmeno me ne ero accorto. Solo dopo che mio padre si era coricato mi sono accorto di avere un foglio giallo attaccato alla guancia. Il nome scritto sul foglio non era Chizuo Matsumoto: era Renzo Delfi.

Mio padre non era connesso a un sito ufficiale, ma a uno di quelli contro i quali spesso lo avevo sentito urlare e infuriarsi. La “spazzatura di internet”, così li chiamava, e quando avevano reso controllabili gli accessi ai server, aveva esultato.

“Così, finalmente, cinesi e arabi la smetteranno di diffondere falsità su di noi.”

Ora però il nostro computer era connesso a uno di questi siti. Non è scritto in italiano, ma in cinese. Non so cosa ci capisse mio padre ma io non ci capisco proprio nulla. Quasi sto per chiudere la pagina, quando mi accorgo che ce ne sono più di una aperta. Sono quasi esclusivamente siti pericolosi, secondo il Governo. Tranne Google, che ha garantito allo stato italiano di non comprendere nelle proprie ricerche siti non graditi al suddetto. Molte di queste pagine sono scritte in lingue straniere. Ma una è in italiano. È una pagina molto vecchia che un sito cinese riprende, per un motivo che non conosco. La foto di un giovane , futuro leader di Confindustria, campeggia sotto il titolo: Gli intrighi di un super ricercato. Il sito cinese non so come si chiami, quello italiano è Osservatorio Democratico. Se c’è la parola Democrazia sarà valido.

Sotto vi è scritta una storia. La storia di Renzo Delfi.

Rimango a bocca aperta mentre leggo.

 

A quante ne so io, Chizuo Matsumoto è giunto in Italia dal Giappone tredici anni fa, metà giapponese e metà italiano; ha  avuto una carriera politica fulminea, capendo per primo la forza e le potenzialità di Democrazia Nazionale, oltre chiaramente che finanziandola copiosamente.

Ma su questa pagina vi è scritto invece, che Chizuo Matsumoto non è nato in Giappone. O meglio è nato in Giappone, ma dall’identità di Renzo Delfi. Un nome che mi gira in testa continuamente. Lo so che controlleranno, lo so che sapranno che ho guardato questi siti, ma devo sapere chi è.

L’ho scoperto.

 

“Renzo Delfi si è rifugiato in Giappone nel 1974 , dopo che i sospetti e le indagini della magistratura lo stavano braccando per le stragi di Piazza Fontana, di Bologna e di Brescia.”

Bombe e morti. Questo è Renzo “Matsumoto” Delfi?

 Scappato dall’Italia, ha assunto una nuova identità, Chizuo Matsumoto, con il tempo ha aperto una catena di negozi di pelletteria dal nome Pavor, e da questa pelletteria ha costruito un impero, grazie, anche, ad  aiuti di famosi personaggi della finanza.”

Queste pagine non possono essere vere. Sono menzogne! Un terrorista non si può dimenticare, non così!

Qui ci hanno rincoglionito tutti.

Non so più cosa credere o a chi credere, il mondo mi sta cadendo addosso. Chiudo tutte le finestre aperte sul computer, la paura mi attanaglia. Vorrei che le mie braccia si muovessero veloci come i miei pensieri. Chiudere tutto, prima che possano controllare. Prima che possa sapere altro. Mi trema la mano sul mouse, faccio fatica a chiudere le finestre. L’ultima addirittura non la chiudo ma scelgo, involontariamente, il sito di Democrazia Nazionale dai preferiti. Stanno commentando il comizio di questa sera, hanno appena cominciato. Apro anche Google, cerco l’associazione Osservatorio Democratico.

Il sito, ritenuto pericoloso per la concordia nazionale, è stato oscurato.

 

Hanno parlato per due ore, ma di niente. Nessuno degli esperti ha nominato le immagini che hanno interrotto il comizio del premier Alcide Veloni, anzi si sono sperticati nel lodare i comizi on line che porteranno la politica e le sue scelte alla comprensione di tutti, perché arriveranno nelle case.

Qual è il collegamento?

Voglio dire: il fatto che la politica entri nelle case di tutti, significa che è comprensibile per tutti? Entreranno nella mia casa? Sapranno entrare nel mio computer?

È possibile. Questo lo so.

Sto soffocando.

Devo uscire.

 

Sono fuori ormai da qualche ora. Ho camminato tanto da avere le suole consumate, ho camminato tanto da essere a dieci chilometri da casa. Ho camminato a caso da non sapere più dove ero; ho camminato a caso al punto che sono finito davanti all’archivio di Storia Nazionale Condivisa.

Sono in Piazza Fontana.

Giro le spalle alla ex Banca, e di colpo mi trovo davanti un signore anziano. Prorompo in un urlo, nel quale c’è tutta la mia sorpresa. Quella di trovarmi, alle 4 del mattino, un uomo alle spalle; quella per aver scoperto che mio padre si sente uno sconfitto, un fallito; quella di aver scoperto di aver lasciato tutto da parte; che se oggi ci mentono e abbiamo un ministro terrorista e questo organizza degli archivi per la storia nazionale, è anche colpa mia, perché mi sono disinteressato. Perché ho pensato che fosse troppo difficile, fuori dalla mia portata.

“Stai tranquillo” mi dice lui come un sussurro.

L’uomo che ho davanti è più anziano di mio padre, è vestito con capi rovinati e ha scarponi da montagna: un barbone. Ma il viso è pulito, sorridente e sereno, un baschetto nero in testa incornicia il viso da nonno gentile, non ha odore: allora non è un barbone. Non capisco chi ho di fronte, non capisco cosa ci faccio qui. I suoi occhi mi fissano e sono felici, non mi deridono, sono felici di vedermi, qui.

Nella piazza ci siamo solo noi: io e l’uomo, che sembra comparso dal nulla.

Il vento trascina una busta sull’asfalto bagnato sotto la fontana. Oltre al rumore dell’acqua che scorre non c’è nulla, manca lo stridere delle ruote del tram che passerà, tra solo un paio d’ore, proprio dove sono ora, su questi binari.

Il buio ricopre buona parte della piazza, anche dove mi trovo ora la luce arriva con difficoltà. Le piante coprono i lampioni e le ombre creano dei giochi paurosi sulla mia faccia. Dita scheletriche mi artigliano il viso, mi strappano via tutto ciò che pensavo di sapere, tutte le mie certezze, la mia vita. Le ombre mi passano sul corpo, fuori e dentro di me, mettendo in luce, molto più della luce stessa, i miei dubbi. I dubbi che ho nascosto a me stesso per avere un lavoro, per una macchina nuova e le vacanze estive.

Il sole era stufo di abbronzarci e se ne è andato da questo nostro secolo, non quello vecchio, quello nuovo, e a noi non rimane che confonderci con i cerini, che, nel buio, sembrano ciò che non abbiamo.

In gioventù siamo stati lasciati senza guida, a scimmiottare il mondo degli adulti e noi ne abbiamo scimmiottato gli aspetti esteriori: lavorare, guadagnare, bella casa, belle macchine, tifo alla domenica.

Se ci avete insegnato a scegliere i nostri studi pensando a quanto avremmo potuto guadagnare, perché non avremmo dovuto comportarci così in tutto il resto della nostra vita?

La piazza, con il suo silenzio, mi urla di parlare. Mi urla di non perdere un’altra possibilità di sapere. Mi urla che quell’uomo che tanto mi ha turbato non starà davanti a me a sorridermi per molto, e che se non lo voglio deludere devo parlare, devo avere coraggio.

“Piacere. Giovanni.” Gli dico “Giovanni Pesce.”

“Anch’io” mi risponde “Piacere Visone”

“Cosa…?” lo guardo stupito, un mio omonimo? È la prima volta che ne incontro uno. Visone? Le pelliccia?

“Nella mia vita ho dovuto usare degli…. Pseudonimi. Ma non mi sono mai dimenticato chi ero. E tu, lo sai chi sei?”

Rimango in silenzio e mi guardo la punta dei piedi. Non so chi sono? Certo che lo so! Sono un programmatore di 33 anni; lavoro all’archivio di Storia Nazionale Condivisa da otto anni, ho degli amici e una ragazza che amo, ma lei non lo sa.

“E perché non le parli?” mi guarda, due Giovanni Pesce a confronto. E quello sereno non è il giovane, ma quello vestito male, con scarpe che quasi non si vedono più, forse è appena arrivato dalla montagna.

Ma come sai cosa ho pensato?

Perché non ho parlato a Laura?

Perché lei non ci sarebbe mai stata.

“E come fai a saperlo?”

Come faccio a saperlo?! Sono cose che si sanno, punto e basta.

“Hai paura che ti rifiuti?”

“Si” dico quasi sperando che la smetta di colpire. E anche perché non è possibile leggere nel pensiero, così almeno smetterà di farlo.

“Io non ho parlato.” Aggiungo

“Per te parla il tuo corpo, i tuoi occhi. Però una cosa me la devi dire tu: cosa ci fai qui a quest’ora della notte?”

“E lei?”

“In un certo senso: aspettavo te.”

“In un certo senso: mi cercavo.” Dico con le lacrime agli occhi “Mi sono perso.”

E non so in che senso.

“Perché non parli a Laura? Se non sai amare, se hai paura di farlo, come farai a capire quello che stai cercando?”

Non capisco più nulla.

“Seguimi.” mi dice Giovanni Pesce, il vecchio.

Mi da le spalle e, senza aspettarmi, si incammina. Capisco che tirarsi indietro, non seguirlo, significherebbe perdere l’occasione di riscattare la mia vita, di avere coraggio.

Lo seguo.

 

Abbiamo dato le spalle alla ex banca nazionale dell’Agricoltura e stiamo camminando verso un portone che sta sulla sinistra rispetto a dove eravamo. Giovanni è davanti a me e cammina spedito come se non fosse così vecchio come sembra. Camminiamo fino a che non arriviamo ad un portone. Giovanni si ferma e si gira verso di me.

“Chi sei?” Gli chiedo

“Giovanni Pesce. Te l’ho già detto. Sono nato il 22 febbraio, come te, ma del 1918. Sono vecchio e la gente si è dimenticate di me. Ma la cosa più preoccupante è che si è dimenticata di se stessa.” Rimane in silenzio qualche istante, come quando si attende il momento giusto per dire qualcosa.

“Da qualche parte abbiamo sbagliato. Io e i miei compagni abbiamo lottato perché il popolo non si dimenticasse, un’altra volta, di essere se stesso. Venti mesi di dolori e lutti, ma di speranze e sogni di una potenza che è stata in grado di sconfiggere un nemico capace di atrocità terribili. Da qualche parte abbiamo sbagliato.” Nei suoi occhi, per la prima volta, si annebbia la felicità e cambia direzione dello sguardo. “C’è una cosa che vorrei raccomandarti: abbi sempre fiducia e speranza. La tua generazione questo dovrebbe imparare (oltre che a tutte le meraviglie tecnologiche): ad avere Fiducia e coltivare la Speranza. È una formula semplice ma efficace. La Fiducia si conquista con la lotta quotidiana, ma è anche un fede; la Speranza è il motore che ti fa andare avanti. Se non avesse avuto questi valori sarei morto ben prima e mille volte! Ho ancora Fiducia e Speranza. Ho vissuto sempre così. Sono morto così. Ora tocca a te, a voi.”

 

 

 

Milano, via Filangeri, fuori dal carcere di S. Vittore, gennaio 2020

Cercavo di introdurmi nella Curia, quando due agenti della P.I.O.V.R.A. mi sono saltati addosso e mi hanno arrestato.

L’accusa?

Attentato alla sicurezza nazionale e alla stabilità sociale. Sono riusciti a risalire a me perché dopo il comizio del premier, mi sono connesso più volte a siti illegali e antinazionali. In più ho assaltato la Curia, quindi la religione, forse sono anche ateo.

Di certo sono un comunista.

Mi fa piacere saperlo, era tanto che non ne vedevo uno e così lo incontro tutte le mattine davanti al lavabo della mia cella, non mi ricordavo avessero la faccia blu, di lividi.

Inizialmente mi hanno chiesto dei miei compagni. Mi hanno detto che avrei fatto la fine di Stefano Cucchi, di Giuseppe Uva, di Federico Aldrovrandi, ma io non sapevo chi fossero, prima, ora si..

Nonostante  questo, io non risposi. Anche perché non sapevo di che compagni parlassero. Non risposi per otto mesi, nemmeno ai miei parenti che mi venivano a trovare nel carcere di S. Vittore, nemmeno agli amici. Non collaborai con gli investigatori che cercavano i terroristi del web, come eravamo stati battezzati per aveva interrotto il comizio del premier.

La mia faccia fu sbattuta in home page, chiaramente la foto mi fu scattata dopo il primo interrogatorio, quando erano quasi 36 ore che non dormivo. Come Valpreda, ora so chi sia.

Agli inquisitori non dissi nulla, non aprii bocca. Tutto era contro di me: avrei potuto recuperare i video dei funerali di piazza Fontana (come inciso: nessuno ha detto che quelle erano le immagini dei funerali per la strage di Piazza Fontana), grazie al mio lavoro; in qualità di programmatore avrei potuto essere un hacker (nessuno ha detto che ormai non esiste più un vero e proprio hacker, perché quelli che si definiscono tali lavorano per le aziende produttrici di antivirus); in più la sera stessa, in preda all’alcol e forse alla droga ho cercato di turbare l’ordine sociale assaltando la curia perché,in qualità di comunista, e forse anche Maoista filocinese, odio la religione italiana, prodotto di un’Italia orgogliosa.

Comunque io non ho detto una parola. Mai. Come avrebbe detto mio padre: mi parli no!

Solo con lui ho parlato, a lui che mi chiedeva il perché di certi lividi

“Secondo te?” dissi con rabbia “Ti sei dimenticato anche questo? Oppure sul ’68, sul ’77 e tutto il resto ti sei inventato tutto?

Prima di noi, voi avete avuto paura, voi avete voluto arrendervi ad un potere in grado di uccidere. Voi non avete voluto metterci in pericolo, avete voluto convincerci che quello che si poteva fare era stato fatto; che non avremmo potuto conquistare nulla di più; non avremmo potuto fare cortei come i vostri, occupazioni come le vostre. Non avremmo mai avuto le vostre vittorie e nemmeno i vostri martiri. Avete educato una generazione a difendere la vostra onorevole sconfitta, perché vi sorprendete che si sia cambiato squadra?

Noi siamo nati non all’altezza della vostra storia. Ma la verità è che la vostra storia non è così mitica. Voi avete abbandonato la lotta, ci avete convinti a non continuarla e poi ci avete accusati, quando avete capito che stavate perdendo ciò che avete conquistato, che noi non avremmo raccolto la vostra bandiera. Siamo cresciuti disinteressati, siamo colpevoli quanto voi di questo attuale stato di cose. Ma noi possiamo riscattarci, noi possiamo vendicarci.

Non mi nasconderò più la verità, non lo farò con nessuno. Voi avete preteso che difendessimo la vostra sconfitta perché onorevole. Non avete più voluto credere, e avete preteso che lo facessimo noi. Ma non ce lo avete insegnato e quindi non ne siamo stati capaci.”

Mio padre scoppiò a piangere, io anche. Piangemmo i morti e la paura che ci hanno fatto, piangemmo perché ci eravamo fatti bloccare, senza lottare, né io, né lui. Venimmo derisi dai secondini e dagli altri detenuti, ma piangemmo.

Finalmente.

Dopo una settimana di arresti venni prelevato una mattina alle quattro e trenta e venni trascinato per le scale al piano di sotto, nel braccio dei detenuti politici.

“Ue! Rosso!” disse un poliziotto mentre con il manganello mi aiutava a scendere le scale “Va che i tuoi amichetti hanno spifferato. Ti portiamo da loro così vi potrete divertire insieme.”

Siccome, allora, cercavo di capire cosa mi dicessero, tra uno scalino e l’altro tentavo di collegare quelle frasi a qualcosa di sensato per me. Poi ho ceduto al dolore.

Entrammo in un braccio molto più silenzioso di quello da dove provenivamo, i poliziotti si fermarono davanti ad una cella, la aprirono e mi fecero volare dentro, facendomi travolgere qualsiasi cosa, anche un corpo.

“Divertitevi, tesorini.” E chiusero la porta.

“Scusa” dissi alzandomi, ma mi bloccai “Angelo!”

“Ciao!” mi rispose lui e dopo avermi abbracciato, aggiunse “Lo sai che hai combinato un bel casino?”

“Come? Che casino?”

“Ma come ti è venuto di tentare di entrare nella Curia?”

“Ho incontrato Giovanni Pesce.”

“Ti sei visto allo specchio?” dice Angelo passando dall’incuriosito al preoccupato.

“No.”

“Guarda che Giovanni Pesce è morto nel 2007.” Poi mi guarda sospettoso “Chi è Giovanni Pesce?”

Ancora una domanda alla quale non so rispondere. Mi fisso la punta delle scarpe, non sapendo cosa dire.

“Ma allora sei proprio stronzo!” mi dice Aneglo.

Io non capisco se stia scherzando o meno e rimango imbambolato a guardarlo. Poi di colpo mi ricordo di tutte le volte che Angelo veniva, magari un po’ fatto o sbronzo, a salutare il grande comandante partigiano: Giovanni “Visone” Pesce.

Lo guardo fisso, cercando di non guardare il blu dei lividi che ha anche lui, e con tutto il coraggio che ho in corpo urlo

“Viva i partigiani!”

“Sei scemo!” Mi dice lui,ma ride “Basta prendere schiaffi, per un po’.” Poi mi abbraccia.

I prigionieri politici hanno un triangolo rosso sulle tute e possono uscire per l’ora d’aria quando tutti gli altri prigionieri sono rientrati. Anche Marco è stato arrestato. Ed è veramente tutta colpa mia, la smania di conoscenza mi a portato a navigare su siti che hanno condotto la P.I.O.V.R.A sulle mie tracce. Da qui in pochi giorni, interrogando i miei amici, hanno arrestato prima Marco, poi Angelo e infine Manuela, la responsabile della cellula clandestina delle “Formiche Rosse”, ma i giornali hanno continuato a chiamarci terroristi del web, faceva più presa.

Io ho seguito delle lezioni che Angelo teneva mentre passeggiavamo nell’ora d’aria. Dovevamo dare l’idea di parlare di tutt’altro, così ogni tanto qualcuno di noi urlava qualche coro da stadio o faceva qualche battuta ad alta voce. Non è andata sempre bene, ma grazie a uno dei nostri che lavorava presso la mensa del carcere, riuscivamo a far entrare libri e altri oggetti proibiti. Dico dei nostri, perché ormai anche io ne faccio parte, ma io sono un neofita e se non fosse per Manuela non sapremmo da che parte cominciare. Angelo sarà anche un gran chiacchierone, saprà anche convincere un topo ad essere un elefante,ma se non ci fosse Manuela non riusciremmo a essere così organizzati. Solo una volta le ho parlato prima che mi rilasciassero. E le sue parole mi girano ancora  in testa:

“Allora lo hai capito? Finalmente!” Mi disse quando le annunciai la mia voglia di unirmi a loro “Siamo tutti sulla stessa barca. Non stanno rubando il lavoro a qualche scribacchino. Ci hanno rubato il presente, hanno distrutto il nostro passato, e hanno scommesso contro il nostro futuro.”

Dopo due giorni Manuela è stata portata via, secondo quanto diceva un ex presidente del Consiglio, l’hanno mandata in luoghi dove si pagherebbero fior di soldi per trascorrerci le ferie. Insomma il confino oggi si chiama villeggiatura.

 

Sono passati otto mesi da quando ho varcato questa soglia.

Ora sono uscito dal carcere e ce l’ho alle spalle.

Ora io so. So chi ha messo le bombe a piazza Fontana, Brescia, Bologna, e non mi importa se un magistrato fedele alle leggi non riesce a dire chi  sia il colpevole. Ora io so. So chi ha voluto Tambroni al governo e a causato morti in tutta Italia in una tremenda estate. Ora io so. So chi ha ucciso Carlo Giuliani. So chi ha ucciso Walter Rossi, Giorgiana Masi, Fausto, Iaio, Dax e Peppino Impastato. Ora io so. So chi ha costretto la meglio gioventù di questa bellissima penisola a morire in fabbrica, a emigrare, a subire il razzismo dei propri connazionali. Ora io so. So chi è il colpevole della morti sul lavoro. So chi ha ucciso Rocco Marzo, Bruno Santino, Roberto Scola, Antonio Schiavone, Angelo Laurino morti il 6 dicembre 2007 nel rogo della loro fabbrica a Torino e gli altri compagni morti sul lavoro e non ho bisogno che nessun giudice li condanni, sono già condannati. Ora io so. So che se li vogliamo chiamare borghesi, o padroni del mondo, o assassini, non cambia nulla, sono loro al potere e se, veramente, vogliamo cambiare questa dittatura democratica, cambiare un sistema dove conta la parola solo se questa alle proprie spalle ha un bel portafoglio a fisarmonica, non possiamo più aspettare.

Ho conosciuto un gruppo musicale cileno in questi mesi: gli Inti Illimani. Una loro canzone mi è rimasta nel cuore.

Venceremos, venceremos, mil cadenas habrà que romper!

Ora io so.

E tutto è diverso.

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