Supereroi contro le forze del male

Ovvero la nascita da Precarink

1.

Qualche giorno fa

Un uomo con un naso come il corno di un rinoceronte accartoccia un giornale, e lo getta sul tavolo di una stanza spoglia, con le pareti grigie e crivellate di buchi, sfondati, come se qualcuno le avesse ripetutamente prese a pugni. In un lato un materasso coperto da un piccolo lenzuolo. L’uomo, molto sovrappeso e di origini africane, si alza e poi compie uno scatto fulmineo, che sembrerebbe impossibile per un uomo di quella stazza, e tira una testata contro una parete. Poi alza la testa e urla

Due anni fa

Quella mattina di due anni prima, una domenica mattina di gennaio, fredda che pioveva, Fernando Montoya stava camminando su un marciapiede del Quartieraccio, quando in uno stridere di gomme un camioncino con il cassone ribaltabile, malandato e sobbalzante, è sbucato dalla curva che aveva di fronte. Fernando rimase fermo sul marciapiede mentre il camioncino lo sorpassava, inseguito da alcune macchine. Fernando lo guardò passare, vide il conducente sbracciarsi verso il passeggero. Fernando vide l’uomo, apparentemente di origine italiane, infilare una pistola nelle mani del suo “socio”, che invece veniva dal Suramerica come lui, poi il camioncino strinse sul lato una delle due macchine, che avevano la sirena delle volanti in borghese, che tentava di superarlo sulla destra, a pochi metri da Fernando. Un rumore di sbatacchiamento venne dal cassone aperto del camioncino. Fernando vide alcuni fusti dai quali stava tracimando del liquido verde sbaccioccarsi tra loro. Uno di questi fusti cadde, le macchine dei guardias riuscirono a evitarlo e puntò direttamente su Fernando che rimase ancora impietrito. Vedeva il colore grigio striato di verde volargli incontro e ricordò quel verde, un verde chimico come il colore di quel liquido che anche lui, per pochi soldi, aveva sversato giù tra Napoli e Caserta. Ricordava ancora quello che gli diceva l’italiano che gli dava il lavoro

-Ma che vulite faccia male, è solo uno scarto industriale, s’è mai sentito che ‘nu scarto facisse male a qualcuno?, Iamm, come dice l’ommemmerda leghista del cazzo, lui e la sua fabbrichetta che produce sto liquid’e mmerda… a lavurà, barbùn!-

Fernando non era mai stato molto convinto ma ancora non aveva il permesso di soggiorno era il 2011 e vallo a trovare tu un lavoro, e poi doveva ancora dei soldi agli amici dell’italiano, suoi compatrioti, che lo avevano aiutato ad arrivare in Italia.

Si riscosse solo all’ultimo e si gettò sull’aiuola alla sua destra. Nonostante questo gesto atletico, si rialzò completamente ricoperto dal liquido. Un liquido che, oltre che essere verde, puzzava incredibilmente e bruciava. Bruciava tantissimo. Fernando cominciò a cercare di pulirsi in qualche modo, intravvide una fontanella e si sciacquò un po’ le mani e il viso, i vestiti erano ricoperti del liquido ma la giacca che indossava contro la pioggia, aveva fatto da scudo anche dal liquido che era a contatto con la pelle solo sul viso e le braccia. Ma bruciava, bruciava sempre più, in giro per la strada non c’è nessuno, nessuno che lo potesse aiutare, il panico lo sopraffece e istintivamente corse verso casa.

Se qualcuno avesse assistito alla scena avrebbe visto un uomo, probabilmente un immigrato ispanico che correva come un matto con una ridicola giacca antipioggia gialla da capitano Achab, che si lamentava per il dolore, e che cercava di pulirsi almeno gli occhi dal liquido, se fosse anche stato vicino a Fernando avrebbe sentito sicuramente un odore pazzesco. Da qui le seguenti possibili reazioni:

destrorso, leghista, forzanovista:

-Ma guarda questo! Chissà cosa avrà mai combinato, di sicuro o ha violentato una signora per rubarle la borsetta, o stava cercando di intrufolarsi da qualche parte e gli è andata male. Guarda la scia di merda che si lascia dietro non ha proprio rispetto e non è a casa sua!, ma che puzza! Bè d’altronde è un immigrato- avrebbe riso della sua ironia, poi avrebbe gettato per terra in sequenza: il mozzicone della sigaretta, il pacchetto vuoto di sigarette e un pezzo di carta che avrebbe disperatamente cercato nelle tasche.

Sinistrorso, compagno, cattocomunista:

-Ma poveraccio! Ma guarda come li tratta la gente, ci siamo proprio dimenticati che anche i nostri nonni sono stati emigranti, che anche loro hanno sofferto, e anche chi è venuto da sud a nord. Sicuramente qualcuno gli avrà fatto uno “scherzo”, sicuramente qualche giovane testa rasata. E si ma io non glielo avrei mai fatto, io sono meglio, meglio dei berlusconiani e leghisti perché io penso con la mia testa, mica come loro che pensano con Emilio Fede. Vediamo un po’ che dice Travaglio su Silvio Banana. (era ancora il 2011, a metà 2013 il Fatto chiuderà)-

Punkabbestia:

-Fratello quel colore di capelli rappresenta davvero un’alternativa al sistema fascista che ci governa!-

Ma quella fredda e piovosa mattina di una domenica di gennaio non c’era in giro un’anima viva, e se vi state chiedendo perché state sbagliando domanda. La domanda che dovreste porvi è che ore erano? Le 5:30 del mattino. Sfido voi a trovare qualcuno per le strade del Quartieraccio alle cinque e trenta di una fredda e piovosa domenica mattina di gennaio! Fernando tornava a casa dal lavoro, faceva il panettiere. Dopo cinque anni di pericoli finalmente era riuscito a uscire dal giro dello spaccio, dei piccoli lavoretti veloci, dei cantieri edili, con le loro impalcature senza protezione, i loro lavoratori senza protezione, i loro capi calabresi, ora era regolare e lavorava, e stava meglio. Tentava di stare meglio. L’odio, la rabbia, il dolore, gli amici persi e nemmeno potuti piangere, rimestavano dentro e lo aveva reso taciturno. Un giorno, Fernando lo ricordava benissimo, un suo caro amico uruguagio aveva risposto male al caporale, avevano fatto a botte. Non lo aveva più visto. Non che fosse per forza morto, anche se era probabile, ma Fernando quel giorno aveva deciso che da quel momento in poi avrebbe lavorato solo per se stesso e per pagare il suo debito, senza aiutare nessuno che tanto non serviva a nulla, pensare a se stesso a come tirarsi fuori da quella merda. Per due anni aveva fatto così, e ora era libero, taciturno, senza amici, senza nemmeno volerne, solo, ma libero e infatti Fernando passava le sue giornate libere in casa, leggeva, aveva recuperato un piccolo portatile e navigava spesso. Aveva pensato di cercare i familiari che da ormai tre anni non sentiva, ma non avrebbe saputo che dirgli.

Ma torniamo a quella domenica mattina, si proprio quella che era fredda e piovosa e quando un camioncino, inseguito dal altre macchine, aveva perso un fusto di roba verde che aveva ricoperto Fernando Montoya che aveva appena finito di lavorare. Quando riuscì a rientrare a casa, si liberò dei vestiti alla bell’e meglio, si gettò sotto la doccia, i primi istanti le cose sembrano peggiorare, poi per fortuna passò, Fernando cominciò a lavarsi con foga, sempre più. Strofinò tutto il corpo, ogni centimetro, anche se il liquido era entrato in contatto solo con viso, mani e braccia. Quando, dopo molto tempo, passato il dolore e scemata la paura, realizzò che forse sarebbe stato meglio andare in ospedale, uscì velocemente dalla doccia, deciso a rischiare. Quel liquido era davvero assurdo e certamente pericoloso e il fatto che adesso non sentisse nulla, non lo tranquillizzava per nulla. Guardò i vestiti inzuppati di liquido verde ed uscì dal bagno per prenderne di puliti, si vestì ed era già sul uscio di casa quando pensò a come avrebbe fatto a spiegarsi agli infermieri, poi però pensò che molti ormai erano suoi connazionali. Stava per chiudere la porta che si bloccò nuovamente, e cosa gli avrebbe detto?

Il fatto che sarebbe stato un suo connazionale non lo avrebbe aiutato. Sarebbe stato fortunato a non essere sbattuto in manicomio. Rientrò quindi in casa, andò in cucina dove prese dei guanti e un sacco per portare con se all’ospedale i vestiti e il liquido verde con loro.

Mentre raccoglieva i vestiti, pensò al piacere di avere tra le mani un bel bicchiere d’acqua fredda, aveva sete, gli sembrava non bevesse da anni. Un rumore di vetro che si infrange sulla porta del bagno, lo distrasse dal pensiero della sete. Rimase interdetto. Si alzò e si rigirò, un bicchiere rotto con una pozza d’acqua per terra e sulla porta delle schegge di vetro con una chiazza d’acqua. Ma quale hijo de puta tirava bicchieri d’acqua sulla sua porta del cesso? Di colpo sentì che si doveva abbassare. Lo fece un attimo prima che una tazza gli sfrecciasse a pochi centimetri dalla testa.

-Lo sapevo!- disse John Belushi. Aveva ancora la mano alzata dopo aver scagliato la tazza.

Lo guardò allucinato. Fernando non sapeva: 1) chi diavolo fosse quel tizio che gli scagliava contro delle tazze; 2) come cazzo fosse entrato! Poi guardò i cocci della tazza a terra e poi quelli del bicchiere. Lasciò cadere il sacco con i vestiti a terra, la rabbia ebbe il sopravvento.

-Cabron! Puta madre que te pariò!- e allungò le braccia preparandosi ad aggredirlo, ma le braccia lo anticiparono. Nel senso che si allungarono, protese verso l’uomo che lo guardava sorridendo. Fernando si spaventò e urlò. Si guardò le braccia che sbatacchiavano come riavvolgendosi su se stesse. Con la bocca aperta non seppe come difendersi dagli schiaffi che le sue stesse mani gli stavano dando. Guardò il tizio.

-Si. Sei pazzo.- disse lui.

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2 risposte a Supereroi contro le forze del male

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