Articolo di giornale

Ovvero ancora una volta non è roba di Franek

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Conoscete la Trabzon Gazette? La Gazzetta di Trebisonda? Sono lo stesso giornale. Ecco mi è capitato tra le mani, una vecchia copia. La Gazzetta di Trebisonda è un giornale che fa quel che gli pare, quindi di solito lecca il deretano ai più potenti. Ma ogni tanto qualche articolo buono ne esce.Ci ha scritto anche Saviano, no aspettate, scusate era Fiorello, ora un Tuit? Bof! Vabbè, nella copia che mi è capitata, del 5 marzo 2012, ho trovato questo articolo che siccome a me dei diritti d’autore non me ne importa una fava, vi copio qui paro paro e non gli do manco un euro a sto Francesco Pota, che è già la seconda o terza volta che lo faccio ci avrà preso l’abitudine.

5 Marzo, oggi.

Il primo articolo della nostra costituzione recita che la Repubblica Italiana è democratica e fondata sul lavoro. Questo articolo assume un significato particolare se si ricorda che le prime azioni dichiaratamente antifasciste, politiche nel senso pieno del termine, furono gli scioperi del marzo 1943.

Dopo tre anni di guerra, le privazioni e le sconfitte che ne erano conseguite avevano ricreato le condizioni per una esplosione del malcontento che il regime non riuscì a reprimere. Un malcontento celato prima dal regime ma sempre presente o dovuto unicamente allo stato di indigenza? Alla luce di questi ultimi venti anni, alle luce triste, verrebbe da dire la seconda. Ma a mio avviso, la verità in questo caso sta nel mezzo: gli antifascisti c’erano già prima, erano attivi e pronti e avevano una rete di collegamenti concreta, erano una minoranza ma non pochissimi e solo l’arroganza delle leggi speciali li teneva a freno. Insomma se ti fai le leggi perchè la tua sia l’unica opinione diffondibile, sopratutto nelle scuole, non è stano che i giovani crescano fascistizzati, ma certo è innegabile che la guerra fu uno scontro con la realtà per la maggior parte del popolo italiano, sopratutto quando in molti cominciarono a lamentarsene e subirono la vendetta del regime.

Il 5 marzo 1943 a Torino, dopo diciotto anni di silenzio, gli operai scioperarono. Fu l’inizio, il 12 marzo uno sciopero generale si estese a Milano, in Veneto e Emilia. Si può considerare questo la prima azione della Resistenza. O il suo segnale di inizio.

La Repubblica Italiana quindi non solo tutela il lavoro in ogni sua forma, ma è stata fondata dai lavoratori italiani, non solo da loro, ma loro seppero essere avanguardia di quel movimento. Ancor di più se si ricorda che già il 28 luglio 1943 il governo Badoglio autorizzò l’uso delle armi contro gli operai delle Officine Reggiane in corteo. La Repubblica Italiana è stata fortemente voluta dai lavoratori.

Oggi la classe operaia si è trasformata e il termine lavoratori comprende figure diverse, ma soprattutto sono scomparse le grandi fabbriche, i giovani sono imbrigliati in vari tipi di precarietà, come i tanti costretti alla partita iva o i contratti a scadenza, i più anziani faticano a reinserirsi nel mercato del lavoro dopo averlo perso, anche a causa dei ritmi richiesti dalla precarietà. Per di più, proprio come mostrano gli scioperi del ’43, le fabbriche, con la concentrazione di migliaia di persone, erano un luogo di diffusione delle idee, contattare gli operai e organizzare il lavoro. L’attuale isolamento in piccoli gruppi rende ovviamente più difficile attivarsi, per la facilità ad essere individuati, al scarsezza dei mezzi ed il numero esiguo di per se.

A questa analisi bisogna però aggiungere una cosa importante: come sempre dimostrano gli scioperi del 1943, furono i lavoratori italiani a volere il progresso del paese. Innegabile è infatti che furono gli italiani a condannare il  fascismo mentre la borghesia sperava di ottenere accordi con gli Alleati per sopravvivere al crollo del regime e poco o per nulla era interessata a un cambio politico paragonabile a quello portato dalla Resistenza. Non vuole essere un giudizio sui singoli casi, ma nel complesso l’appoggio fu tardivo e poco deciso. Questo deve essere d’esempio e monito oggi. Se i tecnici devono essere lasciati al lavoro, è pur vero che stanno riproponendo le stesse vecchie ricette, perché non colgono, o non possono cogliere, cosa oggi significa essere un lavoratore. Cosa significa essere un precario. È quindi giunto il momento di un nuovo protagonismo, che sta nascendo evidentemente. Il movimento No Tav forse può non sembrare direttamente collegabile con quanto detto ma forse lo è più di quanto sembri. La difesa della propria terra, passa per la richiesta di una nuova concezione dello sviluppo economico, un progresso concepito diversamente. E questa richiesta è quella che deve arrivare dai lavoratori italiani. A differenza del 1943, abbiamo il diritto di farlo e dobbiamo rivendicare questo diritto. Rivendicare con le forme che abbiamo a disposizione, non si può essere tacciati di voler ostacolare nulla, dire la nostra non può essere un disturbo e dato che non sentiamo, al momento, di avere rappresentanti nelle istituzioni è allora ancora più giusto che lo si faccia nelle forme della contestazione. Io credo che ancora abbiamo la possibilità di farlo pacificamente, anche se ipocrita sarebbe condannare i Valsusini e i NO Tav visto lo stato di guerra che è portato nelle loro terre da uno Stato che non ascolta e non vuole il dialogo, per questo bisogna farlo il più possibile. Oggi è tempo, grazie anche alle nuove possibilità organizzative e comunicative che forniscono le nuove tecnologie, che si torni a discutere, a confrontarci tra noi, senza paura ma ben inseriti in un movimento secolare che passa da Gramsci, la rivoluzione d’ottobre ma anche Danilo Dolci, Don Gallo e i partigiani, Libera e il CLN. Oggi è tempo di tornare in scena, perché noi siamo la cura a questa crisi, altrimenti pagheremo caro il prezzo di uscita da questa crisi e vedremo la nostra condanna solo dilazionata di qualche anno.

Francesco Pota

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