San Guarpiano Carpine

Ovvero si sono vivo.

Prefazione
ovvero un grosso…no vabbè scusate, non la dico che altrimenti faccio una figuraccia. Comunque qui non è finita la partita, sto lottando contro me stesso in primis per non cominciare qualcosa di nuovo ma finire quel che ho iniziato. Tipo la storia dell’uomo coperto da liquame, se non capite è qui, o la storia di quello che sparisce, solo che è un lavoraccio e quindi non ho molto tempo per aggiornare il blog. Ecco allora in anteprima planetaria, una nuova storia che intanto è venuta fuori da sola. La prima stesura, quindi se vi fa schifo…mi offendo. Comunque sia. A presto
Bluto

C’era una mattina una volta, si una volta perché adesso non c’è più, come ogni mattina è finita, anche se qui è finito proprio tutto, non solo la mattina. Ma andiamo con ordine. Quella volta c’era una mattina bella, serena e d’estate. Fuori dalla finestra del sindaco Rocco Diantonio c’era una bella scena: passerotti che volavano nel cielo e bambini che volavano sui prati. Era infatti già vacanza. Si sentivano le risate e i facciamo che, parti essenziali del gioco, i passerotti sembravano essersi dati tutti appuntamento fuori da quella finestra. E in effetti era così. Ma Rocco Diantonio aveva altre preoccupazioni.

Rocco, detto Rocco Decimo Cementifero dagli amici, voleva essere il sindaco di una città moderna. Era quasi un’ossessione per lui. Quattro anni prima aveva deciso di candidarsi di ritorno da un viaggio a Trebisonda. Le bellezze del Belquartiere lo avevano affascinato al punto che per un po’ di tempo tornando non riusciva più a girare per le strade. E perché possedeva una ditta di costruzioni.

-Si chiamerà anche San Guarpiano, ma significa terzo mondo- diceva alla moglie.

Ma com’è questa San Guarpiano che tanto Rocco detestava. San Guarpiano Carpine, questo il nome completo, sta a cinque minuti dalla montagna, in piena pianura, a pochi passi dal mare. Un tempo fu sicuramente un luogo ameno, immerso nei campi e con le cascine e tutte quelle robe lì che funzionano senza l’elettricità. Poi arrivò il progresso, che fece dei miglioramenti, ad esempio il vaccino della poliomielite, oppure una vita per le donne che non fosse fare le mondina e la madre, e per gli uomini che non fosse fare il contadino, la scelta è vita. Certo la scelta presto si mostrò essere tra fare il contadino o la mondina e fare l’operaio/a. Però la luce entrò nelle case, assieme al frigorifero e per po’ a San Guarpiano si stava comunque bene, poi le industrie circondarono la città con la loro puzza.

Oggi se mai doveste passare per l’ex ridente paese evitate via Nazionale e via dell’Industria che l’olezzo dopo un po’ ti stordisce al punto da ricordarti qualcosa che hai già sentito, qualcosa di buono. Si narra che dieci anni fa giunse un monaco tibetano a San Guarpiano. Questo monaco chiese un luogo isolato dove fare meditazione, gli indicarono più luoghi ma sempre il monaco, pur senza mai arrabbiarsi, ne chiedeva uno ancora più isolato. Si decise allora, pur di avvertendolo, di indicargli via Giolitti, che sta esattamente all’interno di un triangolo tra via Nazionale, via dell’Industria e il fiume Tàpaco nel quale le industrie di pelletteria scaricano i propri liquami. Il monaco sparì e tre mesi dopo nella valle sorse il fenomeno musicale dei Facchin Buddah!, una bend Det Metalche furoreggiava tra i più giovani, il cui chitarrista, barbuto e capellone, si faceva continuamente di popper e si diceva avesse visto in una visione Ozzi Osburn indicargli la via della vera saggezza. Ma nonostante questo la gente di San Guarpiano aveva ancora spazi dove stare, dove giocare, dove fare l’amore, dove litigare, aveva ancora spazi con la vita, mica il cemento. Poi cadde il muro di Berlino, forse non c’entra nulla ma da quel giorno la prima cosa era essere moderni basta con le anticaglie, basta con i sentimentalismi, potevano essere ricchi era giusto e doveroso esserlo. La prima cosa che abbatterono fu una vecchia chiesetta, che tanto ce ne sarebbe stato bisogno di una nuova perché stavano per arrivare millemila abitanti in più grazie al centro residenziale Cascina Risona, che i ricchi mica possono abitare a San Guarpiano Carpine ti pare? I pochi che si lamentarono vennero accusati di essere passatisti, la chiesa era inutile: foss’anche stata del 1600, che importava, era vecchia cascava a pezzi, serviva il terreno per costruire.

Per un po’ le cose rimasero così, stabili, ma i vecchi e i bambini sapevano che era una sosta temporanea. I vecchi lo sapevano perchè sapevano che quando le cose cominciano a cambiare è difficile fermarne il corso, i bambini lo sapevano perché chi nasce nel cambiamento lo prende come stabilità. Qui crebbe il giovane Rocco Decimo Cementifero, facendosi largo nella società, facendo i soldi con le Coop e con CL e con altra gente poco raccomandabile. Costruendo prima una villetta, poi un condominio, infine Cascina risona. Poi quattro anni fa ha capito che solo lui poteva trasformare San Guarpiano Carpine in una città moderna, con le costruzioni che ci sono a Trebisonda, e così si è candidato alle elezioni. Viva la modernità! era il suo slogan.

È accaduto, così, che in una accesa campagna elettorale Rocco vinse a mani basse, L’opposizione si offese con i suoi concittadini e si ritirò, lanciando strali e strali, senza che nessuno sapesse cosa sia uno strale, poi si stancò e se ne andò perchè mica aveva tempo da perdere con degli idioti che non vogliono ascoltare. Idioti che non riconoscevano la grandezza, l’acume politico, la forza d’animo che risaltava al confronto di certi ominicchi e quaquaraquà, che non sapevano la quarta declinazione latina e supponevano una loro superiorità in quanto eletti, mentre, poveri stolti, non coglievano il senso profondo degli stravolgimenti che stavano avvenendo sotto i loro apparati respiratori. Ma cosa ha detto? Vabbè si offese e lasciò fare a Rocco Decimo Cementifero che in quattro anni ha costruito così tante case che ormai San Guarpiano sarebbe potuta arrivare a due milioni di abitanti.

Il condizionale è d’obbligo perché quelle case erano sempre vuote. Questa era la preoccupazione del sindaco quella mattina. Il verde che vedeva fuori dalla finestra era solo un’aiuola nella piazza centrale, era detta la risaia perchè si diceva che quella fosse l’unica terra rimasta delle risaie che circondavano San Guarpiano. Tutti i bambini giocavano lì, per quello volavano: provate voi a stare in trecento su un aiuola di venti mq, ma Rocco Cementifero era preoccupato. Come poter vendere quelle case?

Ci pensò un suo amico di Trebisonda, uno non del tutto affidabile, un certo Pengoni. Qualche mese prima Rocco gli aveva telefonato e raccontato per l’ennesima volta di questo deserto edificato, chiedendo a lui consigli, lui che a Trebisonda aveva fatto miracoli. Ma Pengoni non lo fece terminare, gli disse

– Si, si, ok. Lascia stare, adesso ci sono altri piani-

E poi aggiunse

-Mi hai un po’ stracciato le palle con sta storia delle case, ma ancora una volta ti posso fare un favore. Faccio deviare la superstrada e te la faccio passare proprio nel monte sopra San Guarpino, così vedrai che, oltre che costarmi meno, tu riuscirai a venderle queste case! E magari salta fuori anche un appaltino per te. Fammi solo cambiare la destinazione d’uso del pezzo di montagna sotto le grotte e vedi te quanti turisti passeranno di lì, quanti vedranno le tue stramaledette case vuote, e se le compreranno. Ti sto facendo un favore, mi aspetto un sacco di voti da San Guêpière, questa è un’innovazione che vi porterà soldi e felicità!-

Rocco Decimo Cementifero lo ringraziò, ma appena appoggiò il cellulare sul tavolo si rese conto che qualcosa non andava, scacciò quel pensiero con del Prozac e se ne andò a fare la giunta.

Il cambio di destinazione d’uso venne approvato a tempo di record e così il progetto venne varato dal comune, dalla provincia, dalla regione e anche dalla nazione. Il giorno della presentazione, tutti erano in piazza per vedere finalmente il futuro che stava arrivando a San Guarpiano Carpine. Ancora una volta.

Rocco, tutto in ghingheri, arringò la città, che ascoltava incredula, oltre alla vendita delle case, che Rocco citò solo di sfuggita perché non voleva ammettere sconfitte, c’erano i turisti che, passando sulla superstrada, sarebbero arrivati a comprare, comprare, comprare, mangiare, spendere! L’opportunità di guardare al futuro sereni, ecco cos’era la superstrada. Quando Rocco spiegò dove sarebbe passata la super strada ci fu tra la popolazione un momento di silenzio. Poi una voce disse

-E i pipistrelli?-

Rocco rimase un momento in silenzio

-Ma si sa che la natura trova sempre una soluzione! Troveranno un altro posto dove stare!-

Tutti annuirono e i lavori cominciarono.

Un anno dopo gli operai cominciarono i lavori per la Galleria, e il maiuscolo è d’obbligo. Perché non era una semplice galleria ma la madre di tutte le nuove gallerie che sarebbero state costruite di lì in poi. Tre piani, uno per ‘andata uno per il ritorno uno per la sosta. Quattro super hotel, cinque ristoranti da una a otto stelle, quattrocento quattordici distributori di benzina, e un parco dove lasciare i bambini e abbandonare i cani. Non i gatti, per favore, che poi litigano con i cani.

Fu una sera come le altre che Adrièn, Albero e Ciccio, notarono qualcosa che non andava. Stavano bevendo una birra sui gradini della chiesa, la piazza della chiesa con i suoi tre platani, era il luogo con più verde della città. Quando sentirono un rumore.

-Arrivano i pipistrelli- disse Adrièn. Coèz.

A quell’ora passavano sempre i pipistrelli, era una delle poche, no, pardon, l’unica attrazione, se così si può chiamare, di San Guarpiano Carpine. Ogni sera all’ora del happy hour, un enorme stormo di pipistrelli usciva dalle grotte nella montagna, sopra il monastero di San Guarpiano, arrivava in città, passava dalla piazza dove stavano i tre, ora come quasi tutte le altre sere, e proseguiva nella vallata, dividendosi non appena usciva dalla città. La mattina rientravano in stormo verso le grotte, quelle grotte che stanno esattamente sopra la Galleria in costruzione.

Da sempre i pipistrelli facevano parte di San Guarpiano. Certo non li puoi mettere nello stemma comunale, non puoi nemmeno usarli per attirare i fanatici dei vampiri, che questi pipistrelli non si trasformavano in uomo e nemmeno bevevano sangue. Ma erano parte di San Guarpiano, esattamente come la chiesa o il monastero del santo omonimo, o le industrie di via Nazionale. Esisteva però una sola leggenda che li riguardava, una sola forse perchè Abraham Stoker non passò mai da quelle parti. Una, sola ed unica leggenda che riguardava i pipistrelli e San Guarpiano.

Si narra che quando San Guarpiano Carpine si chiamava solo Carpine, il santo arrivò scalzo dalla via francigena e stava proseguendo a piedi il suo pellegrinaggio. Invece, entrando in Carpine, vide che tutti erano indolenti, stanchi, malmostosi. Si fermò nella piazza e vide che dalla fontana non usciva acqua. Si avvicinò a un gruppo di bambini che stava fermo all’ombra del campanile a ripararsi dal piacevole sole d’aprile.

-Bimbi, come mai la fontana non getta acqua?- chiese il santo, che non lo era ancora era ancora solo un monaco che tutti ritenevano un po’ suonato ma che a Carpine troverà la sua consacrazione.

-Perchè è rotta- disse un bimbo.

-E perchè nessuno l’aggiusta?- chiese il futuro santo

-Perchè tutti siamo sempre stanchi, spesso abbiamo la febbre, e non abbiamo la forza di fare niente- risposero i bambini.

San Guarpiano capì subito che qualcosa non andava e sentì la puzza di zolfo del demonio ma volle essere sicuro. E, poggiando una mano sul capo di un bimbo, notò che aveva in effetti la febbre.

-Ma non vi curate?- chiese San Guarpiano.

-Tanto poi torna sempre- disse un altro bambino che aveva la forza solo di scacciare alcune zanzare che lo circondavano.

San Guarpiano, si convinse dell’intervento del demonio e si trasferì in una piccola baita poco fuori da Carpine. Vi rimase rinchiuso per 40 giorni e 40 notti, attendendo la rivelazione del signore. Poi il 41 giorno, lo si vide passare per il paese e tornare dopo due ore con una rana. Ma nulla sembrò cambiare. La rana gracidava nella fontana vuota e dopo poco cominciò a cercare l’acqua che tanto le mancava. San Guarpiano, attese un’altra rivelazione, altri 40 giorni e 40 notti che Dio mica ha solo un santo o un uomo a cui fare le rivelazioni e quindi bisogna attendere il proprio turno come al Call Center, poi San Guarpiano uscì dalla baita con un serpente, ma l’unica cosa che ottenne fu di far svenire le signore più sensibili di Carpine.

Una sera che San Guarpiano si era preso una pausa dall’attendere la rivelazione, era sull’uscio a rimirar stormi di uccelli neri che come esuli pensieri nel vespero migrar. Quando si accorse che non erano uccelli, scattò il suo turno al call center di Dio e così il santo cominciò a parlare con i pipistrelli, la gente lo vedeva parlare, non capiva le sue parole, si sa il pipistrellese è molto complesso, ma lo vedeva parlare e gesticolare, portando spesso le mani alla bocca, fino a che qualche pipistrello cominciò ad ascoltarlo e fu allora che San Guarpiano disse

-Libera nos from le mal, hermano bat. You can livre esta ciudad dal demonio, y esta city will be éternellement reconnaissant- questo è il pipistrellese, credo sia chiaro.

Sta di fatto che i pipistrelli cominciarono a dirigersi verso le grotte, allora disabitate, che stavano sopra la baita dove risiedette il santo. Subito presero l’abitudine di sciamare per le vie della città all’imbrunire e all’albeggiare. Si dice che qualche sera dopo, il santo entrasse in città accompagnato dai pipistrelli e che, arrivato di fronte al municipio, cominciasse ad urlare in pipistrellese. In quel momento si vide il demonio saltar fuori da dentro la piazza, come composto da mille insetti volanti, e scappare inseguito dai pipistrelli che banchettavano degli insetti di cui il demonio era composto. La gente rese grazie a San Guarpiano, che divenne santo subito per gli abitanti di Carpine, alla sua morte la cittadina divenne San Guarpiano Carpine. Subito alcuni si ritirarono nella baita perchè era un luogo sacro, altri omaggiarono i pipistrelli, altri ancora li seguirono e scoprirono che la maggior parte andava verso la Palù, la palude che stava a qualche km dal paese. Insomma nacque così il binomio San Guarpiano Carpine – Pipistrelli.

Ma torniamo a noi, e ai tre che stavano sulla scalinate della chiesa, Adrién aveva appena detto

-I pipistrelli- Adrièn era un signore francese di una sessantina d’anni, aveva fatto il maggio del ’68 a Parigi, aveva lottato, e alla fine, stanco di tutto e deluso dal fatto che nessuno gli desse ragione, se ne era scappato in Italia, quando era ubriaco e un po’ sborone, pardon, un po’ più sborone, faceva allusioni alla polizia che lo inseguiva, ma non molti ci credevano. A San Guarpiano il suo temperamento combattivo piacque per un po’, poi si annoiarono di un signore, per giunta straniero, che cominciava le sue arringhe e filippiche, o con ai miei tempi, o con qualche anno fa, o con ricordi sugli anni ’60 e ’70, o con se mi aveste ascoltato e così rimaneva tutte le sere a discutere con Albero e Ciccio.

-Qualcosa non va- disse Marco “Albero” Moretti, esperto di ogni cosa sia natura. Albero invece si era sempre fatto i fatti suoi. Aveva una quindicina di anni in meno rispetto ad Adrièn e fino a quel momento aveva pensato a se, ai propri affari, ai propri figli, alla propria vita. Le cose erano cambiate con l’avvento di Diantonio, aveva cominciato a ostacolare in sindaco perchè gli aveva cementificato un prato verde che stava davanti casa, e da lì sempre più combattivo ed impegnato. Anche lui aveva degli incipit standard alle sue filippiche: se voi faceste come me, se voi mi ascoltaste, se voi mi credeste, se voi faceste qualcosa come faccio io. Anche lui era rimasto solo con Ciccio e Adrièn con cui parlare.

-Cosa?- chiese Ciccio, che si chiamava solo così. Ciccio Abelardi, che non era esperto di niente, era un ragazzo di 35 anni, che gli adulti vanno dai 50 in su a San Guarpiano, interessato a tutto. Alcuni, chissà se per malignità, lo chiamavano Gerriscotti, perchè faceva sempre un sacco di domande. A lui però non piaceva, infatti, diceva, Gerry Scotti sa le risposte, Ciccio Abelardi no. Per questo chiede. Mentre Gerry Scotti, in una certa maniera, mente, trae in inganno, aiuta, ma sa, a differenza di Ciccio che è un uomo che deve chiedere, sempre. Ciccio non si era mai impegnato, non gli piaceva le risposte che riceveva, dovevano essere in grado di tagliare la testa al toro e invece aprivano solo ad altre domande, ma quando lui le poneva, si vedeva sbuffare in faccia e dire che non capiva. Stava con Adrièn e Albero perchè quei due non smettevano mai di parlare, ma ultimamente si annoiava a ricevere sempre le stesse risposte.

-Ma cosa hai sempre da…- stava per dire Adrién che in realtà voleva dire che se lui non si era accorto di nulla, significava che non c’era nulla da accorgersi.

Ma quella volta, come avete letto, non finì la frase. In effetti lo stormo di pipistrelli era molto più piccolo del solito.

-Sono meno del solito- disse proprio in quel momento Albero.

-Vabbè…- Adrièn cercava una risposta plausibile, che dimostrasse che se ne era accorto e che aveva già pensato ad una soluzione.

-Perchè, secondo voi?- chiese Ciccio

-I lavori- rispose Albero -I lavori sotto le grotte. Sono quelli-

Adrièn subito disse

-E ci avranno anche pagato le tangenti sopra-

-Dobbiamo andare a controllare- disse Albero

-Perchè?- chiesero all’unisono ma con intenzioni diverse Adrièn e Ciccio.

-Perchè bisogna sapere se è così o meno- rispose Albero

-Ma non si può entrare in cantiere!- disse Ciccio

-Sti politici hanno messo il divieto?-

-No, ce l’ha messo l’azienda che sta lavorando, due giorni fa- disse Adrièn, che si sentiva rincuorato, dal fatto di sapere comunque più egli altri.

Albero lo guardò.

-E se fosse stato il sindaco a chiederglielo?- chiese sibillino

-Pensi possa essere stato così?- chiese Ciccio

-Perche no? Se Adrièn avesse ragione, se ci fossero tangenti, il Sindaco avrebbe potuto aver bisogno che occhi indiscreti non vedano, e non riportino. Sono tutti uguali questi politici. Anche quello di prima…ecco…adesso non mi ricordo ma sicuramente ha fatto qualcosa!-

-Andiamo?- chiese Ciccio, ma sta volta guardava Adrièn

-Si!- rispose il francese -Quando?-

-Sta notte- rispose Albero

-Ma sta notte, subito…?!- chiese Adrièn.

-Non ci sono né operai, né pipistrelli, è il momento ideale. E poi so da dove entrare- disse Albero – Certo se hai paura…-

-Non è paura. È che non mi fido, chi me lo dice poi che non otteniamo nulla e facciamo sol la figura dei cioccolatai? Anzi vi invito a riflettere, le cose bisogna farle con calma, ragionando bene. Non vorrete mica lanciarvi allo sbaraglio? Così per un’impressione, che forse è qualcosa di più, ma forse! E forse non è abbastanza!-

-Ma cosa vuoi che aspettiamo!- disse Albero che stava perdendo la pazienza

-Per prima cosa stai calmo- rispose Adrièn – Non sto dicendo di non fare nulla, ma forse prima dovremmo parlare con altre persone. Poi dovremmo capire bene dove e come andare, poi…-

-Poi che palle! Dobbiamo andare e basta! Andare, vedere, fare! Stai sempre a parlare tu, annoi tutti e non fai mai nulla! Anche a calcetto sei così, sempre a dire agli altri cosa devono fare, come si devono muovere. Perchè credi che negli ultimi anni, non ti cerchi quasi nessuno? Perchè rompi i coglioni!-

-Sarà anche come dici, ma questo è il vostro livello di discussione, appena uno dice non sono d’accordo lo insultate. Dovreste vergonarvi, dovreste ascoltare, forse se parlo è perchè, a differenza vostra, non mi faccio comandare dall’istinto, ma tento di ragionare, di produrre pensiero!-

-Si e intanto qui chiunque abbia governato si è fatto i cazzi propri, e noi siamo rimasti qui a ragionare, mentre tutti mangiavano! Idiota!-

-Albero calmati, cerca di capire cosa ti sto dicendo…-

-Ma cosa vuoi che ci sia da capire, se non che NON vuoi fare qualcosa, e si vede!-

-Fammi finire di parlare, per dio! Forse io non avrò fatto niente, ma tu pensavi solo a giocare a calcetto, mi pare…-

-Ma cosa c’entra, se tu stai sempre li a dire agli altri cosa devono fare, gli altri devono pure starti ad ascoltare?-

La testa di Ciccio rimbalzava da un amico all’altro, come se fosse spettatore di una partita di tennis: colpo, colpo, punto. Non sapeva che dire, non sapeva cosa domandare, e non avrebbe detto e domandato niente per i seguenti giorni, mentre la diatriba tra i due continuava ed era arrivata a un livello davvero elevato

-è colpa tua!-

-No è colpa tua!-

si dicevano i due incapaci di dirsi altro, ma sempre più stanchi. Stanchi, stanchi, come se…

Dopo due mesi di discussioni, tutte le sere, tutti i giorni, sempre li, mentre i pipistrelli erano sempre meno e mentre la Galleria sempre più profonda e tecnocementata, Ciccio cadde in avanti. Non svenne, morì. Gli altri due, non si accorsero, come non si erano accorti che quel giorno non era passato nessun pipistrello, e che il sindaco aveva cercato di scappare qualche giorno prima, ma era talmente stanco che aveva sbandato ed era caduto in un dirupo al primo tornante. I bambini non c’erano più, gli anziani non c’erano più, la corriera passava ma ormai non si fermava più, il bar aveva chiuso, il barbiere aveva chiuso, d’altronde senza nessuno a cui offrire i propri servizi, che senso aveva stare aperti, e poi anche barista e barbiere erano morti. La scuola aveva chiuso, d’altronde non c’erano bambini, tutto era sparito. Solo una cosa era aumentato, le zanzare, zanzare strane, enormi.

Quando Ciccio cadde, faccia in avanti, Albero e Adrièn, continuarono a parlare per qualche minuto

-Fascista…-diceva stancamente Adrièn

-Zombie…-rispondeva Albero.

Ormai erano rimasti i soli abitanti di San Guarpiano Carpine. Quando le zanzare avevano preso a ronzare, sempre più, sempre più, qualcuno aveva detto che era il caso di riportare i pipistrelli, e interrompere i lavori de La Galleria.

-Ma voi siete pazzi?!- chiese il morituro sindaco Diantonio -E il progresso?-

Qualcuno chiese che se ne facevano del progresso, visto che ormai la città sarebbe diventata invivibile con tutte quelle zanzare che chissà dove saltavano fuori.

Albero sostenne che era evidente che erano arrivate con i camion del cantiere, forse dentro i camion del cantiere, che probabilmente avevano a che fare con le scie chimiche, e che dovevano cacciare gli operai, cacciarli via per sempre.

Adrièn disse che per quanto gli dava fastidio dare ragione, anche se solo in parte sia chiaro, ad Albero, visto cosa si era dimostrato non avrebbe meritato tanto onore, in parte Albero, dal quale comunque ci teneva a sottolineare una differenza, come tra il giorno e la notte, di part destruens e part costruens, diceva che in parte Albero aveva ragione, e forse un’analisi approfondita, una seria e ben condotta indagina, che in un primo momento non fermasse i lavori, ma che la considerasse come possibilità, avrebbe potuto risolvere la situazione.

Un’analisi che sarebbe stata fatta dall’azienda stessa che faceva i lavori, a proprio carico, disse un sostenitore del sindaco, che per inciso era anche di un altro paese e proprietario dell’azienda costruttrice.

Buoni quelli, disse Albero.

Chi aveva accennato alla possibilità di riportare i pipistrelli disse:

-Se conoscete la leggenda di San Guarpiano e di Carpine, prima che diventassero una cosa sola, sapreste che questa valle era una valle appestata dalle zanzare bludens. Le zanzare bludens erano come quelle tigre, ma più veloci e aggresive. Non trasmettevano la malaria, ma succhiavano piano piano la linfa vitale. La sparizione dei pipistrelli, ha permesso alle bludens di…- e svenne, faccia in avanti. Fu il primo a morire. E una zanzara gli uscì dal colletto della camicia svolazzando a destra e a sinistra con un ghigno sul pungiglione. 

 

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