Võ Nguyên Giáp

Ovvero la terra ti sia lieve

C’era una volta un uomo. Questo uomo aveva 102 anni e aspettava. Io lo vedevo mentre passavo, sedeva spesso su una panchina tra l’edicola e il bar. Era vietnamita. Non molto alto, capelli bianchissimi, occhi pungenti di quelli che ti si piantano dentro, e questo in fondo è un po’ come dire che gli eroi son tutti giovani e belli.

Era di quel periodo lì, quello del XX secolo, secolo breve ma non brevissimo, e aveva fatto molte cose. Grandi cose, quando mio padre era giovane lui era un mito nel Quartieraccio, poche parole molti fatti, la resistenza popolare di quegli anni ha in lui un simbolo, era come se fosse presente sempre. Parlava del suo paese, dei francesi e degli americani che venivano sconfitti e ai ragazzi come me allora, tra i quali mio padre, pareva che le cose fossero lì, lì per cambiare. Poi però è successo che non sono cambiate.

Mio padre dal volergli dedicare le sezione è passato a fare quasi finta non esistesse. Mio nonno continuava a ricordarlo ma era sempre più difficile coinvolgerlo nelle discussioni, non era un uomo di molte parole. Mio nonno ha accettato fino a che ha potuto come sono cambiate le cose, mio padre invece si è convinto che è stato giusto, rimane che nessuno riusciva più a parlare con quest’uomo, che rimaneva lì seduto, sulla panchina.

Alcuni ragazzi a volte arrivavano a trovarlo, ma parlavano di lotta armata, di armi, di fucili, e lui ne era un po’ infastidito. Non che avesse problemi con questi argomenti ma non capiva perchè questi ragazzi volessero parlarne.

-Voi preferite parlare di queste cose- disse una volta a un ragazzone con la barba, che poi era un ragazzone ma sulla quarantina -Ma io non capisco perché dovremmo farlo-

-Ma perché voi l’avete fatto e oggi…- cercò di motivare il quarantenne

-Noi non abbiamo sparato perché sparare è giusto ma perché era giusto sparare. Noi sapevamo dove volevamo arrivare, indicavamo la strada alle pallottole, non ci facevamo trascinare. Uccidere un uomo non è una scelta facile, sparare non è una cosa che fa la pistola, se non sai perché compi una scelta, vuoi solo parlare-

Ora quell’uomo è morto, e, come dicono altri blogger un po’ più famosi di me:

Sia chiaro: per noi “Giap” non è tanto la Grande Personalità, il Nome Famoso, l’Eroe, il “battilocchio” la cui contemplazione distoglierebbe lo sguardo dai processi collettivi e di lungo corso. Al contrario, per noi “Giap” è molteplicità, “Giap” sta per le miriadi di persone che, ciascuna a suo modo, hanno contribuito alla decolonizzazione, alla lotta planetaria contro razzismo e colonialismo, alla presa di coscienza degli spossessati di vaste aree del mondo. Per noi “Giap” è il secolo, la parte del XX secolo che vale la pena continuare a interrogare, con spirito critico ma senza revisionismi cialtroneschi. Né replicare né rinnegare, assumersi la responsabilità del phylum che ci porta all’oggi, senza affannarsi a strappare pagine dall’album di famiglia per paura che le vedano gli sbirri della memoria. Vengano pure a perquisirci: noi non abbiamo vergogne. (cit. Wu Ming)

Io non sono nessuno, non sono un intellettuale, ma di questi interrogativi, di riprenderci quello che è stato buttato via alla fine degli anni ’70, sento tanto il bisogno e mi sembra che Giap abbia voluto resistere fino a che non si fosse cominciato a riprenderci, non chiedere ma rivendicare, questa storia. Ma noi non mi pare che si sia ancora cominciato.

Al Generale Giap.

GIAP

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