Il fuoco

ovvero si smarchetto, con garbo

-e fu così che finì la guerra-

Nonno Blutarsky si strinse nella coperta e avvicinò le mani al fuoco. Guardò il nipote e le altre dieci persone che erano sedute dietro di lui, le fiamme che guizzavano nel camino della casa semidistrutta illuminavano i loro volti. Per la prima volta aveva raccontato quel che ricordava di quei giorni del 2013-2014. Un escalation l’avevano definita i giornali. Dopo dieci anni qualcuno era tornato a produrre qualche copia in qualche città del paese, paese?!, ma non riusciva ad uscire dai confini della città. Repubblica ad esempio era sparita, come Il Fatto, non il Corriere della sera. IlPost.it era invece diventato un giornale cartaceo, per forza.

-Cos’è un escalescion, nonno Blutarsky?- chiese Karl, suo nipote, mentre Nonno raccontava

-Un escalescion è quando una cosa nasce come una cosa piccola e poi piano piano diventa grande, sempre più grande. Ad un’esempio: poniamo che tu e Marco litighiate. Lo fate perché Marco ti ha rubato il posto vicino al fuoco, poniamo. E tutti noi all’inizio pensiamo che sia una cosa da poco e che voi farete pace in fretta. Poi però tu tiri un pugno a Marco e lui due a te, poi tu tre a lui e via dicendo fino a quando non vi state picchiando come matti-

Il bambino annuì, le altre persone sedute vicino al camino si strinsero nelle coperte, pronti a seguire la storia, sette adulti, tre bambini, pendevano dalle labbra di Nonno Blutarsky.

E lui non si fece pregare, aveva voglia di parlare. E così raccontò di come la proposta della Russia di mettere le armi chimiche siriane sotto il controllo internazionale fosse stata vista come un tentativo di allontanare la guerra. Invece i russi imposero che i siriani dovessero consegnare le armi solo a loro, agli iraniani e ai cinesi, e gli USA si opposero dicendo che non si fidavano e che volevano essere presenti loro in prima persona, dopo che L’UE non aveva dato l’appoggio entusiasta alla proposta di attacco Obama non si fidava più nemmeno di loro. La Russia inviò ugualmente i propri soldati in Siria, sfidando gli USA, a ritirare le armi chimiche.

Ci sarà da lavorare per almeno 5 anni, dichiarò Putin dopo essersi consultato con i suoi generali. Seee! rispose Obama Figurarsi! E intanto Assad continuerà ad usarle! EHI! si intromise XI Jinping, segretario del Partito Comunista Cinese, Ma che parlate a fare voi statunitensi che sono dieci anni che state in Iraq! Obama si indignò Siamo già andati via dall’Iraq! Gli altri scoppiarono a ridere Seeeeeeeeeee come no! Comunque ci siete rimasti dieci anni risposero. Non è vero, ci siamo rimasti 9 anni e comunque non sono come Bush. I vetri del Palazzo di Vetro vennero sconquassati dalle risate di russi, cinesi, brasiliani e indiani, che dissero Ah! è vero che tu sei Premio Nobel per la Pace! E giù a ridere.

Quando poi una commissione internazionale indipendente, finanziata da una associazione umanitaria russa e una cinese, rivelò che le armi chimiche le avevano i ribelli, o anche i ribelli, la situazione degenerò. Obama disse Allora ci prendete in giro, noi mo’ bombardiamo e basta. Punti e Xi Jinping Provaci! 

Detto fatto! Obama bombardò le basi dove forse si sarebbero trovate le armi chimiche, i Russi chiusero subito le forniture di gas e petrolio verso l’UE che disse Ma che cazzo c’entriamo? Putin offeso disse l’Italia ha perseguitato politicamente con la magistratura il mio amico Berlusconi, e poi sempre dalla loro parte siete stati. 

Ah si?! dissero da Bruxelles, tiè! Beccati i missili!

Dopo poco tutta l’area tra il Portogallo e Teheran e tra Capo Nord e il deserto del Sahara era bombardata da missili, niente truppe di terra per carità.

-MI ricordo- disse Nonno Blutarsky – che qualcuno aveva anche provato a dire che se i giovani fossero stati più seri e avessero voluto voglia di fare sacrifici sarebbero andati in montagna a fare la Resistenza-

Ma i giovani risposero A chi dovremmo resistere? e come si fa la Resistenza a dei missili? E non se ne fece nulla.  

In poco tempo, l’Europa era semi distrutta, non so dire la situazione di Russia e USA, o Cina o Brasile o Thailandia perchè già avere notizie era diventato difficile e poi l’ultima notizia che venne da fuori Trebisonda furono due dichiarazioni, una di Obama e una di Xi Jinping, più o meno identiche

Ci siamo rotti, adès basta (si, è dialettale, ma non stupitevi Obama e Xi sono nati tutti e due in provincia di Olgiate Olona), la prossima arma vi annichilirà.

-E quando uno non ha più la casa dove ha vissuto e vive con moglie e figli in un rifugio…-

-Nonno i tuoi figli erano la mia mamma e il mio papà?-

-No solo la tua mamma… ecco in quella situazione uno si chiede Ma che possono farci di peggio? L’atomica?-

Invece saltò la corrente, basta non funzionava più nulla. E così niente, la guerra finì di colpo, ma niente ospedali, niente macchine, niente, di niente. In molti partirono per tornare chissà dove che tutti eravamo nati a Trebisonda. Ma piano piano ci spostammo verso le campagne e tornammo a lavorare la terra, ci organizzammo per difenderci dai razziatori. La vita cambiò drasticamente, sembravamo ripiombati nel medioevo.

-Riuscii, quando la comunità si espanse, a fare il lavoro che avevo sempre sognato di fare. L’insegnante, fu bellissimo. Ma la situazione era dura e durante una razzia…-

-Morirono il mio papà e la mia mamma?-

-Purtroppo si, Karlin, non erano i primi e non sarebbero stati gli ultimi…-

La comitiva era in viaggio da tre settimane verso le montagne, dove si diceva esistessero comunità federate e tranquille dove si poteva vivere con più serenità. Il vecchio Blutarsky era però molto stanco e cominciava a chiedersi se avesse fatto bene a partire, poi vide il nipotino, che crollava dal sonno e una donna che lo coccolava per farlo addormentare e si disse che ce l’avrebbe fatta,sarebbe almeno arrivato fino a quella che forse un tempo era stata la Val Trompia.

-Vieni, vecchio Blutarsky- disse Cisco, un ragazzo lunatico con i baffi spioventi -è l’ora del massaggio shiatsu. Dai-

Cisco era bravo e Nonno Blutarsky sapeva che gli avrebbe fatto bene quindi si alzò, con fatica e seguì il ragazzo.

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Meglio del Moment!

ovvero smarchettiamo!

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Ahia. Vi capita mai di svegliarvi la mattina e pensarlo? Di solito il mio pensiero successivo è: 

giornata dura. 

Quello dopo ancora è 

serata eccezionale.

Ma, comunque, rimane il fatto che questa mattina mi sono svegliato e ho pensato: ahia, la testa, cazzo, la testa. 

No, non sono una testa di cazzo. Mi faceva un sacco male la testa. E quindi scendere dal letto è stato un po’ come scendere dall’Everest dopo che nella salita hai finito tutte le provviste, si è scatenata una tempesta di neve e anche di sabbia, la tua guida è caduta in un crepaccio, e scendendo ti sei rotto una caviglia. Sono rimasto seduto sulla sponda credo per tre ore con la testa tra le mani. Sentivo letteralmente pulsarmi le tempie tra le mani e ho pensato che niente sarebbe valso di più che vedermi comparire davanti un moment, o un Oki o comunque qualcosa che diminuisse questo male.

infatti la lama della suoneria del cellulare mi ha passato il cervello prima avanti e indietro, poi a destra e sinistra. Per almeno cinque volte prima che mi rendessi conto che per far finire quella tortura sarebbe bastato rispondere.

-Pronto?-

-Ah…ecco…scusi mi sa che ho sbagliato numero…-

-Ale, sono io, che c’è?- Ale sta per Aleksandra, mia sorella. 

-Mal di testa, eh?- è sempre molto perspicace la secondogenita -Spero almeno ne sia valsa la pena-

-Aspetta- le dico, poi sposto il cellulare dall’orecchio e vedo che ho una uozzappata di almeno 15 messaggi ricevuti, e altrettanti inviati, anche se ricordo solo che tornato a casa ho passato del tempo a scrivere ma chissà cosa, sarà interessante riscoprirlo. 

-Bè, prima fammi leggere poi ti dico- aggiungo -Vabbè ma quindi, che vuoi?- sono scorbutico se ho mal di testa, e anche in un milione di altre occasioni. 

-Ce la fai per pranzo, vero? Ci sono i genitori di Marco- Marco è il suo ragazzo e questo è il primo pranzo delle famiglie, ci saranno i suoi i miei, i rispettivi fratelli e sorelle (uno di questi sono io). 

-Ehm… si penso di si, che ore sono ? tra quanto devo arrivare?-

-Ma te ne sei dimenticato?! Vabbè, sei un pirla, tra un’ora a casa, dai su-

Ok. Un’ora è abbastanza per riprendersi, step 1. caffè. Poi Oki, massaggio alla testa e una bella doccia. Lunga. 

Dopo un’ora esatta

Sgneeeeeeeee (il suono del citofono a casa dei miei), Marco con i suoi e io sono già in casa, che bravo fratello maggiore che sono. Peccato che capisca un quarto di quanto mi viene detto, e l’encefalogramma dia segni di attività celebrale ogni 4 minuti e 35 secondi. Ho bisogno di un altro caffè e prima di pranzo. 

Mia madre ha preparato l’ira di dio di cibo, antipasto, due tipi di primi, un secondo (solo), contorni a go go, vino a fiumi (io bevo birra), dolce, e solo allora potrei assaporare un bel caffè. Non posso aspettare così tanto. 

Mio padre e la madre di Marco chiacchierano amabilmente di politica, naaa lasciamo stare che col mal di testa che ho…, Marco, suo padre, mia madre e mia sorella, del più e del meno. Io e il fratello di Marco guardiamo tutti con un sorriso da chi è più impegnato a sembrare di essere presente che esserlo veramente. Lo guardo e gli dico sottovoce

-Caffè?-

-Magari- mi risponde lui

Così senza dire niente mi alzo e mi dirigo in cucina, appronto la caffettiera e rimango li a guardare. Dopo poco mi raggiunge Francesco, fratello maggiore di Marco, di qualche anno più giovane di me. Precario come tanti, simpatico e con i baffoni spioventi. 

-Seratina?- mi dice lui sorridendo tra le nebbie del mal di testa

-Anche tu mi pare- rispondo.

-Bè…si, divertente-

-Eheheheh le divertenti sono le peggiori- aggiungo -Sopratutto quando soffri di cervicale- e mi passo una mano sul collo

-Senti Franek… giusto?- mi chiede lui e io annuisco -Se soffri di cervicale, io potrei aiutarti. So fare degli ottimi massaggi, e sto cercando di far girare il più possibile la voce-

Tempo un’ora non avevo più mal di testa. Bella vita. 

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Due parole

Ovvero si continuo a smarchettare

Quella mattina mi ero svegliato presto, nel senso che ero solo un’ora in ritardo. Ok, al lavoro per le 10 e sono le 9:45, ce la posso fare? Si. Ies ai chen! 

In questi casi la procedura è molto semplice:

1. passare mano sulla faccia e lasciar andare parole di improperi (io solitamente me la prendo con Dio e la Madonna, meno con Gesù);

2. mentre si scende dal soppalco infilarsi i pantaloni, e i calzini, se la cassettiera è alla giusta distanza, prenderli puliti

3. Una volta arrivati a terra, infilarsi maglietta/camicia (la prima che si trova tanto ne avrete un po’ sulla scrivania) allacciare pantaloni, mentre si corre verso la macchinetta del caffè

4. accendere macchinetta del caffè, tritare caffè mentre ci si lava i denti, bere caffè che sa di dentifricio, uscendo

5. lasciare tazzina sul pianerottolo, sul proprio zerbino

5/bis. lasciar perdere i probabili abbinamenti di colore assurdi che vi fanno parere un camaleonte in crisi di identità

5/tris. Ricordarsi le scarpe

Ok. Ore 9:50 sono in box e la vespa già ruggisce e decollo senza chiedere il permesso alla torre di controllo. In strada non c’è nessuno, perfetto, la musica passa i pezzi giusti per correre. Perfetto. Se non c’è nessuno, posso anche permettermi di saltare i semafori. Perfetto! Daidaidai! 

Ok, sono in vista del lavoro, due minuti. Se ho fatto i conti giusti, io in vespa guardo l’ora prima di partire e poi conto spannometricamente il tempo trascorso in base a quante canzoni ho ascoltato, sono in ritardo ma di pochissimo.

Smonto, lego la vespa, a questo punto posso guardare di quanto sono in ritardo. Sono le 10:10, non male posso accampare scuse. Salgo le scale che portano al portone d’ingresso, che però è chiuso, strano. In portineria non c’è nessuno, strano. Nessuno in giro, pare, ma…ma…mamama… ma che cazzo succede?

-Pronto, Mauro?-

-Bluto, che cazzo vuoi all’alba della domenica?-

Il mio responsabile è sempre molto educato all’alba della domenica. 

-Ah! è domenica…- mi sento un qualcosa dentro che…

-Si, Bluto, cos’è te lo sei dimenticato?-

-No, ecco, io…-

-Bluto, mi sa che sei un po’ esaurito, eh? Se vuoi ho un amico che fa ottimi massaggi, te lo consiglio-

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E fu così che

ovvero che questo blog riprese a vivere (magari per poco nè)

Che poi uno dice ma chi te lo fa fare? Cioè uno SI dice ma chi te lo fa fare? Parlate mai con voi stessi in seconda persona? Avevo voglia di iniziare questo post con tre punti di domanda. Perché il punto di domanda è importate.

Dubito ergo sum

e vedi che il punto di domanda è fondamentale. 

E così, come Guccini, stavo li nel mio candido lettino, quando la mia voce mi disse: 

-Vabbè e mo’?-

Mo’ sta per adesso. E l’adesso è una condanna ultimamente. Dai, se insisti, vedrai che otterrai…! nei puntini mettete quel che vi pare. Si, va bene, ma mo’? Cioè, dico, adesso io come arrivo fino a quando vedrò che otterrò? Davvero un assillo. 

Così la questione è che un po’ ci provo, mi ingegno, Che hai visto mai, mo’  in attesa che vedrò, provo a fare questo. Che chi dorme non piglia pesci, ma anche chi non fa non falla. A me sto dualismo dei proverbi mi lascia sempre male. 

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Shiatsu Founding

Ovvero ciao sono qui a fare una marchetta

http://www.youtube.com/watch?v=iyO1xCDa-wA

Sembra che a fare massaggi io sia bravino. Da tempo mi diletto nel farli e qualche mese fa mi sono detto che frequentare un corso per migliorarmi sarebbe potuta essere una buona idea. Mi sono iscritto a un corso e dopo il primo livello mi sono ritrovato ad essere appassionato di massaggi Shiatsu. Non solo, chi riceveva i miei massaggi era sempre più soddisfatto.

Così mi sono detto: perché non continuare? Ho praticato altri massaggi e sembra proprio che ne sia portato, allora ho deciso che continuare è una buona idea. Ma dove trovare i soldi da investire in questa campagna?

Bè, faccio massaggi, più ne farò e più sarò esperto e quindi bravo; chi ha ricevuto i miei massaggi era soddisfatto e rilassato; unire le due cose è stata la mia idea.

Con una piccola offerta, potrete prenotare massaggi che essendo praticati da un principiante, ma futuro professionista, sono a un prezzo conveniente. Se riuscirò a iscrivermi al secondo livello, migliorerò sempre più e offrirò un servizio sempre migliore, quindi per voi sempre più conveniente.

Insomma ci diamo una mano a vicenda: voi dedicherete del tempo a voi stessi, in cui staccare dallo stress della vita frenetica e rilassarvi, io potrò portare avanti il mio progetto.

E come direbbe Giobbe Covatta:

Basta poco, che ce vo’? e vi sarete assicurati un momento di tranquillità quando il lavoro comincerà a essere pesante e le ferie saranno un lontano ricordo. Image

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com’era quella della pagliuzza?

ovvero immerso nella scrittura più lunga che mi sia mai capitata, ma angosciato dai social netuorc

una rara immagine del sindaco di Trebisonda al Quartieraccio

una rara immagine del sindaco di Trebisonda al quartieraccio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-Vaffanculo! Merde! Culoculoculoculocazzoculoculo!-

Essere svegliati così la domenica mattina non è che proprio ti lasci in bocca il sapore del buon risveglio.

Apro gli occhi, mi giro verso la fidata sveglia analogica sul comodino: le 7emezza. Cristo ma non le avevano abolite le 7emezza della domenica mattina? Maledetto governo tecnico che non mantiene mai le promesse. Sto li che mi sto per addormentare e sento un coro di

-Ma non lo vedete! Non capite! Siete stupidi a non capire? ma come fate?!?!?!?- un coro enorme mi sembravano almeno la metà degli inquilini della mia scala, che sono tanti se urlano insieme. 

Sobbalzo nel letto, mannaggia alla… a questo punto sono sveglio, occhi spalancati e ancora la serata di ieri in bocca, bella serata, fino a quando la ricordo. Mi giro e lei c’è, sicurezza, confortevole conforto come sempre, ed è davvero stupenda mentre respira a bocca aperta con la testa infilata a metà sotto il cuscino per sfuggire la luce e ancora semi truccata, anche il cuscino è semi truccato. Provo a vedere se è sveglia e se nel caso avesse voglia di passare più serenamente queste strane ore che il mondo ha dimenticato, le setteemezzadidomenicamattina sentite come suona male…Ma niente dorme della grossa e rimbalza i miei approcci molto sessi, come potrete immaginare visto che sono ancora un po’ ubriaco dalla sera prima fatico ad aprire gli occhi contemporaneamente e parlare è un vago ricordo di quando ero giovane. 

Comunque a quel punto sono sveglio. Mi alzo e visto come va sono già un po’ incazzato con tutti quelli che hanno urlato. Metto su il caffè in trance e ancora:

-Ma che cazzo volete!? Dite cazzate, mummie!- un altro coro greco che sbraita e a questo punto mi chiedo se per caso non ci siano tutte le porte delle abitazioni del palazzo aperte e che sulla soglia ogni inquilino stia urlando quel che gli passa per la testa.

Niente da fare, lo so che ci perdo tempo e fegato ma non resisto, devo farmi i cazzi degli altri. Così mi infilo i pantaloni e passo per l’anticamera pronto ad uscire, mi fermo davanti allo specchio e mi sembra qualcosa non sia apposto. Mi batto la mano sulla testa, forse è meglio indossare una maglietta. Torno in camera, facendo silenzio e torno in anticamera, ancora l’immagine dello specchio mi dice che qualcosa non va. Torno in camera mi tolgo i suoi pantaloni e mi rimetto i miei, i pantaloni da donna non mi stanno molto bene, saranno le pens o le pajetts. 

Apro la porta e vengo investito da un vociare tale che la prima cosa che urlo è:

-Sono le sette e mezza di mattina!!!!- 

Momento di gelo…poi un signore che conosco mi si avvicina e mi fa.

-Bluto, veramente sono le 11…- 

Io mi congelo, gli faccio segno con il dito di aspettare, vado in cucina e leggo la to do list, si la prima cosa fa fare è cambiare le pile alla sveglia in camera. 

Riesco, il signore mi guarda e mi fa un sorrisino sotto i baffi

-Allora Pippo Bluto e Paperino, ci siamo divertiti eh?-

-Si- dico arrossendo -ma anche voi qui mi sembra lo stiate facendo. 

E intanto da sotto

-Merde! Zombi! Maleducati! Fasisti!-

-Ma che succede?- chiedo

-è il signore del terzo piano. Sai quello che si è candidato contro il responsabile di scala perchè dice che ruba, ecco sai anche che ha detto che tutti gli altri a parte lui sono delle merde ladre e approfittatrici e ha fatto tutto quell’elenco dei vecchi responsabili che si tenevano il parcheggio migliore, e cose così? Ecco ha appena detto via facebook che se venisse eletto caccerà tutti gli immigrati dalla scala-

-Cosa?!- trasecolo (scusate ma da quando una volta ho letto su Dylan Dog questo verbo lo uso non appena posso)

-Si guarda una cosa scandalosa! E il problema è la gente che lo voterà lo stesso!-

-Vabbè- dico – Che i razzisti in sta scala c’erano già lo sapevamo-

-Non capisci Bluto! Cerca ci capire!- Mi si avvicina un signora sulla cinquantina

-Ci provo, mi spieghi- sono sempre acido alle settee…novabbè sono sempre acido quando qualcuno professoreggia.

-Non capisci che chi lo vota andrà a votare per un fascista, qualunquista, inutile, stupido e maleducato-

-Vabbè singifica che lo voteranno gli stupidi, fascisti qualunquisti e maleducati, sapevamo già della loro esistenza-

-Ma devono capire, tutti devono capire…-

-L’ultima volta che abbiamo cercato di far capire a degli stupidi che sbagliavano a votare perchè votavano un mafioso, corrotto, corruttore e bungabunghista, abbiamo perso per venti anni…- rispondo

I due mi guardano strano.

-Avrete delle idee con il quale contrastarlo se tanto vi da fastidio. Oppure state solo tentando di non far votare lui.-

-Scusa Bluto, ma noi della scala di sinistra, si sa cosa vogliamo-

-Dici? Eppure sono vent’anni che perdiamo non è che a furia di concentrarci sulla persona da sconfiggere ci siamo dimenticati di dire cosa faremo noi per questa scala? Una volta mio padre mi disse che si parlava addirittura delle politiche di tutte le scale, oggi fatichiamo a dare proposte, idee, alternative per la nostra, pechè non dovrebbero eleggere lui quale rappresentate?-

-Vuoi dire che lo voterai anche tu?-

-Io li odio i fascisti della scala di destra- rispondo citando lo zio John

-E allora?- 

-E allora cominciamo a dire noi qualcosa, su chi verrà a vivere nuovo, cominciate a dirci come sarà la scala quando verrete eletti-

-Ma lo sia già…! E poi cosa vuoi spiegare a quelli! Come gli parlo a rutti?!- mi dice la signora 

-Varda, non lo so, non mi interessa, so solo che se uno vuole come rappresentante quel fascista lo voterà, problema loro, datemi un motivo per convincere gli inquilini a votare da questa parte-

Rimaniamo a discutere ancora un poco, io continuo a insistere che per per essere appoggiati dagli antirazzisti bisogna dire cosa antirazziste e non indicare i razzisti ai loro elettori, ma il discorso si complica quando arriva lei al mio fianco e io mi zittisco, la lascio parlare che si sta spiegando meglio di me

-Io so chi voterò- dice-è chi verrà votato che non sa chi sono io-

è talmente sintetico, perfetto giusto che ho una voglia di stamparle un bacio davanti a tutti. Per questo prendo la scusa per rientrare in casa, e lasciare tutti a litigare, per andare a costruirmi un futuro migliore. 

 

PS questa roba è stata scritta in ventiminuti, non ho corretto nulla, non ho nemmeno capito se abbia un senso. 

Bluto

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San Guarpiano Carpine

Ovvero si sono vivo.

Prefazione
ovvero un grosso…no vabbè scusate, non la dico che altrimenti faccio una figuraccia. Comunque qui non è finita la partita, sto lottando contro me stesso in primis per non cominciare qualcosa di nuovo ma finire quel che ho iniziato. Tipo la storia dell’uomo coperto da liquame, se non capite è qui, o la storia di quello che sparisce, solo che è un lavoraccio e quindi non ho molto tempo per aggiornare il blog. Ecco allora in anteprima planetaria, una nuova storia che intanto è venuta fuori da sola. La prima stesura, quindi se vi fa schifo…mi offendo. Comunque sia. A presto
Bluto

C’era una mattina una volta, si una volta perché adesso non c’è più, come ogni mattina è finita, anche se qui è finito proprio tutto, non solo la mattina. Ma andiamo con ordine. Quella volta c’era una mattina bella, serena e d’estate. Fuori dalla finestra del sindaco Rocco Diantonio c’era una bella scena: passerotti che volavano nel cielo e bambini che volavano sui prati. Era infatti già vacanza. Si sentivano le risate e i facciamo che, parti essenziali del gioco, i passerotti sembravano essersi dati tutti appuntamento fuori da quella finestra. E in effetti era così. Ma Rocco Diantonio aveva altre preoccupazioni.

Rocco, detto Rocco Decimo Cementifero dagli amici, voleva essere il sindaco di una città moderna. Era quasi un’ossessione per lui. Quattro anni prima aveva deciso di candidarsi di ritorno da un viaggio a Trebisonda. Le bellezze del Belquartiere lo avevano affascinato al punto che per un po’ di tempo tornando non riusciva più a girare per le strade. E perché possedeva una ditta di costruzioni.

-Si chiamerà anche San Guarpiano, ma significa terzo mondo- diceva alla moglie.

Ma com’è questa San Guarpiano che tanto Rocco detestava. San Guarpiano Carpine, questo il nome completo, sta a cinque minuti dalla montagna, in piena pianura, a pochi passi dal mare. Un tempo fu sicuramente un luogo ameno, immerso nei campi e con le cascine e tutte quelle robe lì che funzionano senza l’elettricità. Poi arrivò il progresso, che fece dei miglioramenti, ad esempio il vaccino della poliomielite, oppure una vita per le donne che non fosse fare le mondina e la madre, e per gli uomini che non fosse fare il contadino, la scelta è vita. Certo la scelta presto si mostrò essere tra fare il contadino o la mondina e fare l’operaio/a. Però la luce entrò nelle case, assieme al frigorifero e per po’ a San Guarpiano si stava comunque bene, poi le industrie circondarono la città con la loro puzza.

Oggi se mai doveste passare per l’ex ridente paese evitate via Nazionale e via dell’Industria che l’olezzo dopo un po’ ti stordisce al punto da ricordarti qualcosa che hai già sentito, qualcosa di buono. Si narra che dieci anni fa giunse un monaco tibetano a San Guarpiano. Questo monaco chiese un luogo isolato dove fare meditazione, gli indicarono più luoghi ma sempre il monaco, pur senza mai arrabbiarsi, ne chiedeva uno ancora più isolato. Si decise allora, pur di avvertendolo, di indicargli via Giolitti, che sta esattamente all’interno di un triangolo tra via Nazionale, via dell’Industria e il fiume Tàpaco nel quale le industrie di pelletteria scaricano i propri liquami. Il monaco sparì e tre mesi dopo nella valle sorse il fenomeno musicale dei Facchin Buddah!, una bend Det Metalche furoreggiava tra i più giovani, il cui chitarrista, barbuto e capellone, si faceva continuamente di popper e si diceva avesse visto in una visione Ozzi Osburn indicargli la via della vera saggezza. Ma nonostante questo la gente di San Guarpiano aveva ancora spazi dove stare, dove giocare, dove fare l’amore, dove litigare, aveva ancora spazi con la vita, mica il cemento. Poi cadde il muro di Berlino, forse non c’entra nulla ma da quel giorno la prima cosa era essere moderni basta con le anticaglie, basta con i sentimentalismi, potevano essere ricchi era giusto e doveroso esserlo. La prima cosa che abbatterono fu una vecchia chiesetta, che tanto ce ne sarebbe stato bisogno di una nuova perché stavano per arrivare millemila abitanti in più grazie al centro residenziale Cascina Risona, che i ricchi mica possono abitare a San Guarpiano Carpine ti pare? I pochi che si lamentarono vennero accusati di essere passatisti, la chiesa era inutile: foss’anche stata del 1600, che importava, era vecchia cascava a pezzi, serviva il terreno per costruire.

Per un po’ le cose rimasero così, stabili, ma i vecchi e i bambini sapevano che era una sosta temporanea. I vecchi lo sapevano perchè sapevano che quando le cose cominciano a cambiare è difficile fermarne il corso, i bambini lo sapevano perché chi nasce nel cambiamento lo prende come stabilità. Qui crebbe il giovane Rocco Decimo Cementifero, facendosi largo nella società, facendo i soldi con le Coop e con CL e con altra gente poco raccomandabile. Costruendo prima una villetta, poi un condominio, infine Cascina risona. Poi quattro anni fa ha capito che solo lui poteva trasformare San Guarpiano Carpine in una città moderna, con le costruzioni che ci sono a Trebisonda, e così si è candidato alle elezioni. Viva la modernità! era il suo slogan.

È accaduto, così, che in una accesa campagna elettorale Rocco vinse a mani basse, L’opposizione si offese con i suoi concittadini e si ritirò, lanciando strali e strali, senza che nessuno sapesse cosa sia uno strale, poi si stancò e se ne andò perchè mica aveva tempo da perdere con degli idioti che non vogliono ascoltare. Idioti che non riconoscevano la grandezza, l’acume politico, la forza d’animo che risaltava al confronto di certi ominicchi e quaquaraquà, che non sapevano la quarta declinazione latina e supponevano una loro superiorità in quanto eletti, mentre, poveri stolti, non coglievano il senso profondo degli stravolgimenti che stavano avvenendo sotto i loro apparati respiratori. Ma cosa ha detto? Vabbè si offese e lasciò fare a Rocco Decimo Cementifero che in quattro anni ha costruito così tante case che ormai San Guarpiano sarebbe potuta arrivare a due milioni di abitanti.

Il condizionale è d’obbligo perché quelle case erano sempre vuote. Questa era la preoccupazione del sindaco quella mattina. Il verde che vedeva fuori dalla finestra era solo un’aiuola nella piazza centrale, era detta la risaia perchè si diceva che quella fosse l’unica terra rimasta delle risaie che circondavano San Guarpiano. Tutti i bambini giocavano lì, per quello volavano: provate voi a stare in trecento su un aiuola di venti mq, ma Rocco Cementifero era preoccupato. Come poter vendere quelle case?

Ci pensò un suo amico di Trebisonda, uno non del tutto affidabile, un certo Pengoni. Qualche mese prima Rocco gli aveva telefonato e raccontato per l’ennesima volta di questo deserto edificato, chiedendo a lui consigli, lui che a Trebisonda aveva fatto miracoli. Ma Pengoni non lo fece terminare, gli disse

– Si, si, ok. Lascia stare, adesso ci sono altri piani-

E poi aggiunse

-Mi hai un po’ stracciato le palle con sta storia delle case, ma ancora una volta ti posso fare un favore. Faccio deviare la superstrada e te la faccio passare proprio nel monte sopra San Guarpino, così vedrai che, oltre che costarmi meno, tu riuscirai a venderle queste case! E magari salta fuori anche un appaltino per te. Fammi solo cambiare la destinazione d’uso del pezzo di montagna sotto le grotte e vedi te quanti turisti passeranno di lì, quanti vedranno le tue stramaledette case vuote, e se le compreranno. Ti sto facendo un favore, mi aspetto un sacco di voti da San Guêpière, questa è un’innovazione che vi porterà soldi e felicità!-

Rocco Decimo Cementifero lo ringraziò, ma appena appoggiò il cellulare sul tavolo si rese conto che qualcosa non andava, scacciò quel pensiero con del Prozac e se ne andò a fare la giunta.

Il cambio di destinazione d’uso venne approvato a tempo di record e così il progetto venne varato dal comune, dalla provincia, dalla regione e anche dalla nazione. Il giorno della presentazione, tutti erano in piazza per vedere finalmente il futuro che stava arrivando a San Guarpiano Carpine. Ancora una volta.

Rocco, tutto in ghingheri, arringò la città, che ascoltava incredula, oltre alla vendita delle case, che Rocco citò solo di sfuggita perché non voleva ammettere sconfitte, c’erano i turisti che, passando sulla superstrada, sarebbero arrivati a comprare, comprare, comprare, mangiare, spendere! L’opportunità di guardare al futuro sereni, ecco cos’era la superstrada. Quando Rocco spiegò dove sarebbe passata la super strada ci fu tra la popolazione un momento di silenzio. Poi una voce disse

-E i pipistrelli?-

Rocco rimase un momento in silenzio

-Ma si sa che la natura trova sempre una soluzione! Troveranno un altro posto dove stare!-

Tutti annuirono e i lavori cominciarono.

Un anno dopo gli operai cominciarono i lavori per la Galleria, e il maiuscolo è d’obbligo. Perché non era una semplice galleria ma la madre di tutte le nuove gallerie che sarebbero state costruite di lì in poi. Tre piani, uno per ‘andata uno per il ritorno uno per la sosta. Quattro super hotel, cinque ristoranti da una a otto stelle, quattrocento quattordici distributori di benzina, e un parco dove lasciare i bambini e abbandonare i cani. Non i gatti, per favore, che poi litigano con i cani.

Fu una sera come le altre che Adrièn, Albero e Ciccio, notarono qualcosa che non andava. Stavano bevendo una birra sui gradini della chiesa, la piazza della chiesa con i suoi tre platani, era il luogo con più verde della città. Quando sentirono un rumore.

-Arrivano i pipistrelli- disse Adrièn. Coèz.

A quell’ora passavano sempre i pipistrelli, era una delle poche, no, pardon, l’unica attrazione, se così si può chiamare, di San Guarpiano Carpine. Ogni sera all’ora del happy hour, un enorme stormo di pipistrelli usciva dalle grotte nella montagna, sopra il monastero di San Guarpiano, arrivava in città, passava dalla piazza dove stavano i tre, ora come quasi tutte le altre sere, e proseguiva nella vallata, dividendosi non appena usciva dalla città. La mattina rientravano in stormo verso le grotte, quelle grotte che stanno esattamente sopra la Galleria in costruzione.

Da sempre i pipistrelli facevano parte di San Guarpiano. Certo non li puoi mettere nello stemma comunale, non puoi nemmeno usarli per attirare i fanatici dei vampiri, che questi pipistrelli non si trasformavano in uomo e nemmeno bevevano sangue. Ma erano parte di San Guarpiano, esattamente come la chiesa o il monastero del santo omonimo, o le industrie di via Nazionale. Esisteva però una sola leggenda che li riguardava, una sola forse perchè Abraham Stoker non passò mai da quelle parti. Una, sola ed unica leggenda che riguardava i pipistrelli e San Guarpiano.

Si narra che quando San Guarpiano Carpine si chiamava solo Carpine, il santo arrivò scalzo dalla via francigena e stava proseguendo a piedi il suo pellegrinaggio. Invece, entrando in Carpine, vide che tutti erano indolenti, stanchi, malmostosi. Si fermò nella piazza e vide che dalla fontana non usciva acqua. Si avvicinò a un gruppo di bambini che stava fermo all’ombra del campanile a ripararsi dal piacevole sole d’aprile.

-Bimbi, come mai la fontana non getta acqua?- chiese il santo, che non lo era ancora era ancora solo un monaco che tutti ritenevano un po’ suonato ma che a Carpine troverà la sua consacrazione.

-Perchè è rotta- disse un bimbo.

-E perchè nessuno l’aggiusta?- chiese il futuro santo

-Perchè tutti siamo sempre stanchi, spesso abbiamo la febbre, e non abbiamo la forza di fare niente- risposero i bambini.

San Guarpiano capì subito che qualcosa non andava e sentì la puzza di zolfo del demonio ma volle essere sicuro. E, poggiando una mano sul capo di un bimbo, notò che aveva in effetti la febbre.

-Ma non vi curate?- chiese San Guarpiano.

-Tanto poi torna sempre- disse un altro bambino che aveva la forza solo di scacciare alcune zanzare che lo circondavano.

San Guarpiano, si convinse dell’intervento del demonio e si trasferì in una piccola baita poco fuori da Carpine. Vi rimase rinchiuso per 40 giorni e 40 notti, attendendo la rivelazione del signore. Poi il 41 giorno, lo si vide passare per il paese e tornare dopo due ore con una rana. Ma nulla sembrò cambiare. La rana gracidava nella fontana vuota e dopo poco cominciò a cercare l’acqua che tanto le mancava. San Guarpiano, attese un’altra rivelazione, altri 40 giorni e 40 notti che Dio mica ha solo un santo o un uomo a cui fare le rivelazioni e quindi bisogna attendere il proprio turno come al Call Center, poi San Guarpiano uscì dalla baita con un serpente, ma l’unica cosa che ottenne fu di far svenire le signore più sensibili di Carpine.

Una sera che San Guarpiano si era preso una pausa dall’attendere la rivelazione, era sull’uscio a rimirar stormi di uccelli neri che come esuli pensieri nel vespero migrar. Quando si accorse che non erano uccelli, scattò il suo turno al call center di Dio e così il santo cominciò a parlare con i pipistrelli, la gente lo vedeva parlare, non capiva le sue parole, si sa il pipistrellese è molto complesso, ma lo vedeva parlare e gesticolare, portando spesso le mani alla bocca, fino a che qualche pipistrello cominciò ad ascoltarlo e fu allora che San Guarpiano disse

-Libera nos from le mal, hermano bat. You can livre esta ciudad dal demonio, y esta city will be éternellement reconnaissant- questo è il pipistrellese, credo sia chiaro.

Sta di fatto che i pipistrelli cominciarono a dirigersi verso le grotte, allora disabitate, che stavano sopra la baita dove risiedette il santo. Subito presero l’abitudine di sciamare per le vie della città all’imbrunire e all’albeggiare. Si dice che qualche sera dopo, il santo entrasse in città accompagnato dai pipistrelli e che, arrivato di fronte al municipio, cominciasse ad urlare in pipistrellese. In quel momento si vide il demonio saltar fuori da dentro la piazza, come composto da mille insetti volanti, e scappare inseguito dai pipistrelli che banchettavano degli insetti di cui il demonio era composto. La gente rese grazie a San Guarpiano, che divenne santo subito per gli abitanti di Carpine, alla sua morte la cittadina divenne San Guarpiano Carpine. Subito alcuni si ritirarono nella baita perchè era un luogo sacro, altri omaggiarono i pipistrelli, altri ancora li seguirono e scoprirono che la maggior parte andava verso la Palù, la palude che stava a qualche km dal paese. Insomma nacque così il binomio San Guarpiano Carpine – Pipistrelli.

Ma torniamo a noi, e ai tre che stavano sulla scalinate della chiesa, Adrién aveva appena detto

-I pipistrelli- Adrièn era un signore francese di una sessantina d’anni, aveva fatto il maggio del ’68 a Parigi, aveva lottato, e alla fine, stanco di tutto e deluso dal fatto che nessuno gli desse ragione, se ne era scappato in Italia, quando era ubriaco e un po’ sborone, pardon, un po’ più sborone, faceva allusioni alla polizia che lo inseguiva, ma non molti ci credevano. A San Guarpiano il suo temperamento combattivo piacque per un po’, poi si annoiarono di un signore, per giunta straniero, che cominciava le sue arringhe e filippiche, o con ai miei tempi, o con qualche anno fa, o con ricordi sugli anni ’60 e ’70, o con se mi aveste ascoltato e così rimaneva tutte le sere a discutere con Albero e Ciccio.

-Qualcosa non va- disse Marco “Albero” Moretti, esperto di ogni cosa sia natura. Albero invece si era sempre fatto i fatti suoi. Aveva una quindicina di anni in meno rispetto ad Adrièn e fino a quel momento aveva pensato a se, ai propri affari, ai propri figli, alla propria vita. Le cose erano cambiate con l’avvento di Diantonio, aveva cominciato a ostacolare in sindaco perchè gli aveva cementificato un prato verde che stava davanti casa, e da lì sempre più combattivo ed impegnato. Anche lui aveva degli incipit standard alle sue filippiche: se voi faceste come me, se voi mi ascoltaste, se voi mi credeste, se voi faceste qualcosa come faccio io. Anche lui era rimasto solo con Ciccio e Adrièn con cui parlare.

-Cosa?- chiese Ciccio, che si chiamava solo così. Ciccio Abelardi, che non era esperto di niente, era un ragazzo di 35 anni, che gli adulti vanno dai 50 in su a San Guarpiano, interessato a tutto. Alcuni, chissà se per malignità, lo chiamavano Gerriscotti, perchè faceva sempre un sacco di domande. A lui però non piaceva, infatti, diceva, Gerry Scotti sa le risposte, Ciccio Abelardi no. Per questo chiede. Mentre Gerry Scotti, in una certa maniera, mente, trae in inganno, aiuta, ma sa, a differenza di Ciccio che è un uomo che deve chiedere, sempre. Ciccio non si era mai impegnato, non gli piaceva le risposte che riceveva, dovevano essere in grado di tagliare la testa al toro e invece aprivano solo ad altre domande, ma quando lui le poneva, si vedeva sbuffare in faccia e dire che non capiva. Stava con Adrièn e Albero perchè quei due non smettevano mai di parlare, ma ultimamente si annoiava a ricevere sempre le stesse risposte.

-Ma cosa hai sempre da…- stava per dire Adrién che in realtà voleva dire che se lui non si era accorto di nulla, significava che non c’era nulla da accorgersi.

Ma quella volta, come avete letto, non finì la frase. In effetti lo stormo di pipistrelli era molto più piccolo del solito.

-Sono meno del solito- disse proprio in quel momento Albero.

-Vabbè…- Adrièn cercava una risposta plausibile, che dimostrasse che se ne era accorto e che aveva già pensato ad una soluzione.

-Perchè, secondo voi?- chiese Ciccio

-I lavori- rispose Albero -I lavori sotto le grotte. Sono quelli-

Adrièn subito disse

-E ci avranno anche pagato le tangenti sopra-

-Dobbiamo andare a controllare- disse Albero

-Perchè?- chiesero all’unisono ma con intenzioni diverse Adrièn e Ciccio.

-Perchè bisogna sapere se è così o meno- rispose Albero

-Ma non si può entrare in cantiere!- disse Ciccio

-Sti politici hanno messo il divieto?-

-No, ce l’ha messo l’azienda che sta lavorando, due giorni fa- disse Adrièn, che si sentiva rincuorato, dal fatto di sapere comunque più egli altri.

Albero lo guardò.

-E se fosse stato il sindaco a chiederglielo?- chiese sibillino

-Pensi possa essere stato così?- chiese Ciccio

-Perche no? Se Adrièn avesse ragione, se ci fossero tangenti, il Sindaco avrebbe potuto aver bisogno che occhi indiscreti non vedano, e non riportino. Sono tutti uguali questi politici. Anche quello di prima…ecco…adesso non mi ricordo ma sicuramente ha fatto qualcosa!-

-Andiamo?- chiese Ciccio, ma sta volta guardava Adrièn

-Si!- rispose il francese -Quando?-

-Sta notte- rispose Albero

-Ma sta notte, subito…?!- chiese Adrièn.

-Non ci sono né operai, né pipistrelli, è il momento ideale. E poi so da dove entrare- disse Albero – Certo se hai paura…-

-Non è paura. È che non mi fido, chi me lo dice poi che non otteniamo nulla e facciamo sol la figura dei cioccolatai? Anzi vi invito a riflettere, le cose bisogna farle con calma, ragionando bene. Non vorrete mica lanciarvi allo sbaraglio? Così per un’impressione, che forse è qualcosa di più, ma forse! E forse non è abbastanza!-

-Ma cosa vuoi che aspettiamo!- disse Albero che stava perdendo la pazienza

-Per prima cosa stai calmo- rispose Adrièn – Non sto dicendo di non fare nulla, ma forse prima dovremmo parlare con altre persone. Poi dovremmo capire bene dove e come andare, poi…-

-Poi che palle! Dobbiamo andare e basta! Andare, vedere, fare! Stai sempre a parlare tu, annoi tutti e non fai mai nulla! Anche a calcetto sei così, sempre a dire agli altri cosa devono fare, come si devono muovere. Perchè credi che negli ultimi anni, non ti cerchi quasi nessuno? Perchè rompi i coglioni!-

-Sarà anche come dici, ma questo è il vostro livello di discussione, appena uno dice non sono d’accordo lo insultate. Dovreste vergonarvi, dovreste ascoltare, forse se parlo è perchè, a differenza vostra, non mi faccio comandare dall’istinto, ma tento di ragionare, di produrre pensiero!-

-Si e intanto qui chiunque abbia governato si è fatto i cazzi propri, e noi siamo rimasti qui a ragionare, mentre tutti mangiavano! Idiota!-

-Albero calmati, cerca di capire cosa ti sto dicendo…-

-Ma cosa vuoi che ci sia da capire, se non che NON vuoi fare qualcosa, e si vede!-

-Fammi finire di parlare, per dio! Forse io non avrò fatto niente, ma tu pensavi solo a giocare a calcetto, mi pare…-

-Ma cosa c’entra, se tu stai sempre li a dire agli altri cosa devono fare, gli altri devono pure starti ad ascoltare?-

La testa di Ciccio rimbalzava da un amico all’altro, come se fosse spettatore di una partita di tennis: colpo, colpo, punto. Non sapeva che dire, non sapeva cosa domandare, e non avrebbe detto e domandato niente per i seguenti giorni, mentre la diatriba tra i due continuava ed era arrivata a un livello davvero elevato

-è colpa tua!-

-No è colpa tua!-

si dicevano i due incapaci di dirsi altro, ma sempre più stanchi. Stanchi, stanchi, come se…

Dopo due mesi di discussioni, tutte le sere, tutti i giorni, sempre li, mentre i pipistrelli erano sempre meno e mentre la Galleria sempre più profonda e tecnocementata, Ciccio cadde in avanti. Non svenne, morì. Gli altri due, non si accorsero, come non si erano accorti che quel giorno non era passato nessun pipistrello, e che il sindaco aveva cercato di scappare qualche giorno prima, ma era talmente stanco che aveva sbandato ed era caduto in un dirupo al primo tornante. I bambini non c’erano più, gli anziani non c’erano più, la corriera passava ma ormai non si fermava più, il bar aveva chiuso, il barbiere aveva chiuso, d’altronde senza nessuno a cui offrire i propri servizi, che senso aveva stare aperti, e poi anche barista e barbiere erano morti. La scuola aveva chiuso, d’altronde non c’erano bambini, tutto era sparito. Solo una cosa era aumentato, le zanzare, zanzare strane, enormi.

Quando Ciccio cadde, faccia in avanti, Albero e Adrièn, continuarono a parlare per qualche minuto

-Fascista…-diceva stancamente Adrièn

-Zombie…-rispondeva Albero.

Ormai erano rimasti i soli abitanti di San Guarpiano Carpine. Quando le zanzare avevano preso a ronzare, sempre più, sempre più, qualcuno aveva detto che era il caso di riportare i pipistrelli, e interrompere i lavori de La Galleria.

-Ma voi siete pazzi?!- chiese il morituro sindaco Diantonio -E il progresso?-

Qualcuno chiese che se ne facevano del progresso, visto che ormai la città sarebbe diventata invivibile con tutte quelle zanzare che chissà dove saltavano fuori.

Albero sostenne che era evidente che erano arrivate con i camion del cantiere, forse dentro i camion del cantiere, che probabilmente avevano a che fare con le scie chimiche, e che dovevano cacciare gli operai, cacciarli via per sempre.

Adrièn disse che per quanto gli dava fastidio dare ragione, anche se solo in parte sia chiaro, ad Albero, visto cosa si era dimostrato non avrebbe meritato tanto onore, in parte Albero, dal quale comunque ci teneva a sottolineare una differenza, come tra il giorno e la notte, di part destruens e part costruens, diceva che in parte Albero aveva ragione, e forse un’analisi approfondita, una seria e ben condotta indagina, che in un primo momento non fermasse i lavori, ma che la considerasse come possibilità, avrebbe potuto risolvere la situazione.

Un’analisi che sarebbe stata fatta dall’azienda stessa che faceva i lavori, a proprio carico, disse un sostenitore del sindaco, che per inciso era anche di un altro paese e proprietario dell’azienda costruttrice.

Buoni quelli, disse Albero.

Chi aveva accennato alla possibilità di riportare i pipistrelli disse:

-Se conoscete la leggenda di San Guarpiano e di Carpine, prima che diventassero una cosa sola, sapreste che questa valle era una valle appestata dalle zanzare bludens. Le zanzare bludens erano come quelle tigre, ma più veloci e aggresive. Non trasmettevano la malaria, ma succhiavano piano piano la linfa vitale. La sparizione dei pipistrelli, ha permesso alle bludens di…- e svenne, faccia in avanti. Fu il primo a morire. E una zanzara gli uscì dal colletto della camicia svolazzando a destra e a sinistra con un ghigno sul pungiglione. 

 

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